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I meccanismi della paura e come combatterla

La paura è una sensazione insita nel nostro corredo genetico, e serve a proteggerci da un’eccessiva impulsività che potrebbe metterci in pericolo, ma quando oltrepassa un limite impedisce di vivere serenamente

La paura è una delle nostre emozioni primarie, che scatena una risposta rapida a livello del sistema nervoso simpatico (autonomo) allo scopo di fuggire o difenderci. Essa si genera prevalentemente nel sistema limbico (insieme di strutture cerebrali profonde e primitive), da cui parte il circuito primitivo della paura, che scansiona l’ambiente esterno alla ricerca di possibili pericoli; in seguito manda segnali alla corteccia frontale e prefrontale destra. I lobi frontali tengono a bada gli impulsi primitivi: quello di destra elabora le sensazioni negative (paura, angoscia), quello di sinistra le emozioni positive.

  • Il lobo destro è deputato alla percezione conscia della paura. Danni al lobo destro provocano perdita di empatia (resta la paura per se stessi, ma non per gli altri). Chi ha un’attivazione prevalente di questo lobo piuttosto che del sinistro, è spesso introverso e inibito.
  • Il lobo di sinistra rilascia invece oppiacei (endorfine) e altre sostanze non oppiacee (dopamina) che sopprimono le paure preconsce provenienti dal sistema limbico e le emozioni consce negative del lobo destro. Chi possiede una maggiore attivazione in questo lobo è più estroverso e ottimista.

Nell’uomo pare che comunque la selezione abbia favorito i temerari rispetto ai paurosi. Secondo studi e sondaggi, infatti, il 10-15% della popolazione (indipendentemente da etnia, ricchezza e sesso) sarebbe inibito, pessimista e introverso, il 30-35% estroverso e ottimista. Il restante 50-60% attiva soprattutto il lobo di sinistra, ma non tanto da essere così estroverso. La non-paura è un vantaggio perché rende più competitivi. È certo però che le persone estremamente ottimiste, pur godendo di ottima salute, non vivono più e meglio rispetto agli altri, poiché tendono a sottovalutare i pericoli.

Le nostre paure

Le paure classiche sono registrate nel sistema limbico, formatosi agli albori dell’Homo sapiens, e trasmesse fino ai giorni nostri:

  • paure naturali: spazi aperti o angusti, animali, altezze, malattie;
  • paura della separazione: la cooperazione era sempre necessaria;
  • diffidenza, paura dell’estraneo: dovuta allotte fra bande per il possesso di cibo e territori;
  • fobie sociali/paura delle critiche: l’emarginazione significava perdita di cibo e protezione;
  • paura del parlare in pubblico: esponendosi si poteva offrire il fianco a possibili nemici;
  • nella nostra specie altamente consapevole c’è anche la paura di poter perdere il controllo di se stessi.

Il circuito primitivo della paura interpreta questi segnali come questione di vita o di morte; il che, se da un lato ci ha dotati di una certa prontezza per agire e difenderci, dall’altro può portare a reazioni spropositate.

Il piacere della paura

Si tratta della sensazione liberatoria che segue un volontario momento di paura (la visione di un film, un giro in giostra, una bravata). Esso si manifesta se il circuito razionale della paura (insito nella neocorteccia) riesce a prevalere sul circuito primitivo (situato nel sistema limbico). Il cervello secerne endorfine per riequilibrare l’invasione da parte dei neutrasmettitori della paura: sono queste a donare quella sensazione di sollievo così tanto ricercata quando saliamo su una giostra o guardiamo un film horror.

il circuito primitivo ci avverte che stiamo volando, il circuito razionale ci assicura che siamo protetti: una scarica di endorfine rende piacevole la paura

Se però il circuito razionale è messo fuori uso, questo “piacere” non funziona, e ciò è anche alla base di fobie, ansia, panico e DOC (disturbo ossessivo compulsivo).

Cause biochimiche dell’ansia

  • eccessiva attivazione del sistema limbico
  • bassa attivazione del lobo frontale sinistro
  • carenza di serotonina nel lobo frontale sinistro.

La corteccia frontale (formata dai lobi destro e sinistro) ha la funzione di focalizzare l’attenzione. Se viene travolta da un’emozione intensa, l’attenzione si fissa sull’oggetto della paura. Grossi allarmi disattivano i lobi frontali, responsabili del ragionamento, con due tipi di reazioni:

  • paura – difesa – rabbia (aggressione)
  • paura – fuga – panico (fuga)

La sensazione di impotenza può dare una sorta di paralisi da terrore, mentre una maggiore sensazione di controllo rende la paura meno pervasiva e permette di conservare una certa flessibilità mentale adatta all’azione.

L’amigdala (situata nel sistema limbico) crea collegamenti immediati fra eventi ed emozioni, instaurando il cosiddetto meccanismo ricompensa-punizione. Ad esempio: vedo un serpente mordere = tutti i serpenti sono pericolosi. Tale meccanismo è generalista, ed è alla base non solo delle fobie, ma anche del razzismo, della caccia alle streghe, dell’olocausto: tutti gli appartenenti a una categoria diventano potenzialmente pericolosi.

La corteccia frontale può ridurre l’azione dell’amigdala attraverso un processo cognitivo (ad esempio leggendo che esistono diverse categorie di serpenti, alcune delle quali innocue).

La connessione con il sistema immunitario

Vari studi rivelano una forte connessione negativa tra paura e sistema immunitario. Maggiore è il senso di impotenza sperimentato, minore sarà l’attività immunitaria.

Quando il sistema limbico percepisce una minaccia, manda segnali alla ghiandola pituitaria che secerne corticotropina (l’ormone coordinatore difesa-fuga), il quale agisce sul sistema simpatico/autonomo (che riflette l’attività del sistema limbico) e sull’aumento della noradrenalina (che acuisce i sensi). Nel contempo riduce l’attività del sistema immunitario, probabilmente per un risparmio energetico.

Approcci terapeutici

Cognitivo: consiste nel chiarire le concezioni errate del paziente (ad esempio, mostrando varie specie di serpenti innocue). Da sola però non produce risultati soddisfacenti, in quanto il circuito primitivo è refrattario alle categorie analitiche (è “progettato” per ragionare sempre in modo elementare così da poter agire all’istante). Può essere positiva in caso di paure razionali, dove il cervello non subisce il corto circuito tipico delle paure primitive; anzi, in questo caso può contribuire ad accumulare conoscenze sui pericoli che prevediamo, aumentando la concentrazione, la memoria, l’energia e la cooperazione. Questo è alla base, per esempio, del progresso tecnologico oppure dell’ansia che precede un esame.

Comportamentale: consiste in un’esposizione graduale (desensibilizzazione) e può essere risolutiva, ma è di lunga durata, anche perché se nel frattempo avviene anche una sola esposizione negativa fra mille positive il circuito primitivo della paura viene spinto di nuovo verso l’assunto ansiogeno iniziale (“tutti i serpenti sono pericolosi”). L’esposizione può anche iniziare con semplici visualizzazioni (mentali o tramite realtà virtuale). Questo vale anche per lo stress post-traumatico: si cerca di riportare alla mente i ricordi spiacevoli in modo da assuefarsi a essi, promuovendo l’accettazione e il rilassamento. È un processo abbastanza faticoso per il paziente che rievoca memorie che vorrebbe dimenticare, ma è quello che dà maggiori risultati.

Biologica: isolare le connessioni organiche responsabili della disfunzione tramite farmaci e, un tempo, tramite interruzione chirurgica in pazienti con attacchi invalidanti (non più contemplata in quanto rischiosa). Le immagini PET mostrano infatti, in persone soggette ad attacchi di panico, un’iperattività in un’area del sistema limbico (svelata da una circolazione sanguigna abnormemente alta).

Farmacologica: ad azione più veloce, ma allo stesso tempo non risolutiva, poiché può capitare che l’effetto duri finché si è sotto terapia. L’interruzione brusca e non scalare può provocare un momentaneo picco ansiogeno, perché i lobi frontali non sono più abituati a sopprimere la paura autonomamente. La terapia farmacologica è ottima in abbinamento a quella psicoterapeutica (comportamentale), in quanto consente di rendere meno invalidanti gli attacchi e lavorare sulla radice del problema. Si possono usare antidepressivi (che lavorano sul riequilibrio dei neurotrasmettitori) e ansiolitici (da prendere al bisogno o per un trattamento prolungato). Il medico decide di volta in volta in base al paziente e alla sua storia clinica.

Modellamento terapeutico: un approccio simile a quello comportamentale proposto da Stanley Rachman, professore canadese, in cui il terapeuta rappresenta per il paziente il modello di funzionamento “normale”. L’approccio si compone di una gamma di tecniche:

  • la spiegazione razionale (cognitiva): si cerca di interiorizzare il messaggio per cui la paura non è un segnale di pericolo autentico, ma un segnale errato prodotto dal cervello,
  • visualizzazione della situazione ansiogena e attuazione di tecniche di rilassamento, fino a raggiungere la calma completa,
  • esposizione graduale all’oggetto d’ansia e invito a imitare il terapeuta (desensibilizzazione),
  • gratificazione: è previsto un premio (un oggetto o un’attività gradita) che da un lato rafforza il comportamento positivo e dall’altro distrae dalla paura. Uno dei rudimentali mezzi che l’uomo ha da sempre utilizzato per combattere la paura, infatti, è stato quello di “confondere il cervello” con metodi dagli innumerevoli effetti collaterali (droghe, alcol, oppioidi).

Lavorare sul controllo: la percezione di impotenza acuisce il disagio. Se non è possibile evitarla, bisogna sforzarsi di mantenere un atteggiamento soggettivo di controllo; ad esempio: se la paura riguarda il proprio lavoro, cercare di non visualizzarlo come una trappola e formulare pensieri che costituiscano una sorta di “via d’uscita” (“questo lavoro è solo un preambolo per altro”, “prima o poi riuscirò a licenziarmi”, “posso aumentare le mie competenze” ecc.) Questi pensieri non devono essere “raccontati” a se stessi, ma essere autentici, poiché il nostro cervello è in grado di cogliere la differenza. La riduzione del potere del controllo e della libertà comporta aumento della paura, nervosismo, stress e sintomi fisici.

Il buonumore e la risata (quelli autentici e non simulati ) producono un rilassamento del sistema autonomo e maggiore attivazione del sistema parasimpatico (che riflette l’azione della neocorteccia e compensa l’attività frenetica del simpatico). Il modo migliore per attenuare la paura o il panico è sostituirlo con altro (ottimismo, voglia di vivere, autoincoraggiamento), questa è anche una condizione favorevole per la cura di malattie gravi; ma non è così semplice. È un lavoro globale su noi stessi che può durare a lungo, più o meno ostico a seconda della nostra visione di vita.

È comunque importante sapere che, a differenza di quanto si credeva, è possibile modificare entro un certo range le nostre connessioni neuronali e la nostra percezione della paura anche in età adulta, seppur con difficoltà. Secondo gli attuali studi neuroscientifici il cervello è plastico, anche a prescindere da proprie predisposizioni. I bambini di natura paurosa, infatti, se seguiti con fermezza da genitori che li spronano a essere più coraggiosi, riescono a controllare meglio la paura rispetto ad altri bambini con genitori più ansiosi, che tentano di proteggerli da qualunque cosa.

Dozier, R. I perché della paura: come agisce, come nasce, come si supera, Baldini &Castoldi, 1999

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