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Alexander Mitchell: l’ingegnere cieco che ha permesso ai marinai di vedere al buio.

Bisogna riconoscerlo, dobbiamo tutto agli ingegneri – cosa faremmo senza di loro? Sono loro che inventano, costruiscono, aggiustano tutte le cose che ci rendono più comoda la vita. Ma che dire di un ingegnere che ha costruito un faro perfettamente funzionante…pur essendo completamente cieco! Ecco l’incredibile storia di Alexander Mitchell.

Nato nel 1780 a Dublino in una famiglia molto benestante, Mitchell si trasferì ancora bambino insieme ai suoi, a Belfast. Era un ragazzo intelligente e venne ammesso nella prestigiosa Belfast Academy, dove si distinse in scienze e matematica. Ma purtroppo, come si dice, non c’è fortuna economica al mondo che possa compensare una salute compromessa. E Mitchell aveva purtroppo una grave malattia degenerativa agli occhi. Quando aveva soltanto 16 anni già non poteva più leggere nulla. Appena 6 anni dopo, a soli 22 anni, Alexander Mitchell era ormai completamente cieco…

Bastò questo a scoraggiarlo? Nemmeno per sogno! Mitchell continuò a vivere la sua vita, si sposò con Mary ed ebbe 5 figli. Oltre a matematica e scienza, amava la musica e si dice avesse anche una splendida voce da tenore. Sapeva poi suonare il flauto e la fisarmonica. È proprio vero, esiste gente che ha il dono del talento in tantissimi campi diversi!

Mitchell era un tipo molto socievole, e amava circondarsi di ospiti e amici, e si comportava in modo così disinvolto che sulle prime non si notava nemmeno che fosse cieco! Giocava a carte e a backgammon con i suoi ospiti, anche se per farlo doveva avere accanto qualcuno che gli dicesse che carte avesse in mano o che numero era uscito sui dadi. I suoi passatempi con la famiglia e con gli amici spesso erano anche correlati al suo lavoro di scienziato. Molti nomi famosi dell’epoca, infatti, come il suo compatriota irlandese e astronomo, Thomas Robinson ed il matematico inglese George Boole, erano ospiti di frequente a casa sua.

Nel frattempo, ancora da giovane, Mitchell mise in piedi un’impresa di costruzioni che ebbe un buon successo, con molti contratti per costruire nuove case a Belfast. Ma la sua anima da inventore intanto scalpitava. Per agevolare l’efficienza della sua azienda, l’inventore non vedente creò diversi macchinari necessari per produrre i mattoni più velocemente e accelerare la costruzione degli edifici.

All’età di 51 anni Mitchell era un imprenditore di successo e pensò bene di prendersi una pausa dagli affari e darsi alle sue passioni. La sua mente non era certo pigra. Avendo passato quasi tutta la vita a Belfast – una città storicamente legata al mare e soprattutto al commercio marittimo – Mitchell aveva sentito tantissime storie di navi rimaste incagliate lungo le coste sabbiose dell’Irlanda.

Per capire bene quanto fosse grave il problema a quei tempi, dobbiamo immaginarci come nel 19mo secolo una nave potesse avvicinarsi ad un molo. Le navi erano molto costose, piene di merci preziose e, più importante, piene di gente a bordo! Non esistevano comodità come GPS, satelliti o sistemi radar che indicassero all’equipaggio cosa si nascondesse sotto la superficie delle acque mentre si avvicinavano alla costa. Senza contare poi che i fondali costieri sono molto soffici e in totale balia delle correnti, perciò spesso le navi finivano incagliate in un punto dove magari solo un attimo prima il mare era perfettamente navigabile.

Ora immaginate, siete vicinissimi al molo quando ad un tratto… sentite un tonfo da far paura! Tutti quanti a bordo vengono sbalzati in avanti mentre la nave si blocca bruscamente. Il vascello ha grattato sul fondale, è rimasto incastrato, forse lo scafo ha subito seri danni. Forse si è aperto uno squarcio e insieme a tutti gli altri membri dell’equipaggio e al vostro prezioso carico di merci potreste trovarvi ad affondare da un momento all’altro!

All’epoca in cui visse Alexander Mitchell cose del genere erano all’ordine del giorno. Tutti quanti sapevano quanto fosse insidiosa la costa presso cui le navi dovevano attraccare. Il fondale infatti era incredibilmente molle e tormentato da forti correnti, perciò anche i più esperti lupi di mare non potevano prevedere la presenza di eventuali dune sottomarine o essere certi al 100% che il passaggio verso il molo sarebbe stato sicuro. Le dune sottomarine sono tipiche dei porti costruiti lungo gli estuari dei fiumi. In particolare nel porto di Belfast.

Mitchell non era certo un lupo di mare, ma era uno smaliziato costruttore e aveva una mente brillante, abituata a creare soluzioni. La minaccia di quei fondali insidiosi era un chiodo fisso per l’inventore irlandese. Un faro è in pratica un semaforo che segnala alle navi in avvicinamento la via per evitare i punti più pericolosi. Ma come costruire un faro lungo una costa di soffice sabbia in costante movimento? E sì, sapete, per costruire qualcosa, servono fondamenta stabili.

Nessun problema per la mente illuminata di Alexander Mitchell. Ormai in pensione come imprenditore edile, l’uomo poteva ormai dedicarsi ad inventare nuove soluzioni per aiutare la sua comunità…

Dal momento che non era possibile costruire strutture ancorate al fondale marino, per via delle dune sabbiose, e che un faro costruito lungo la costa non avrebbe risolto il problema, Mitchell trovò un modo ingegnoso per ancorare la struttura su quell’insidioso fondale costiero. Gli ci volle un anno per mettere a punto la soluzione perfetta, e nel 1833, il nostro genio non vedente brevettò il faro a palafitta. L’invenzione portò fama internazionale per il nostro irlandese, il cui nome è ancora oggi incluso tra i più grandi ingegneri di sempre.

Ma dunque, in cosa consisteva la sua invenzione? Era una soluzione semplice e geniale. Anziché infilare i piloni di ferro necessari alla costruzione delle fondamenta dritti nel fondale sabbioso (un metodo buono soltanto quando le fondamenta vengono costruite su terreni duri e stabili), Mitchell pensò bene di “avvitare” i piloni nel fondale, come fossero dei cavatappi.

Suggerì quindi di andare a modificare la forma dei piloni, modellandoli a forma di elica a spirale nella parte inferiore, così da poter essere “avvitata” sul posto. Così facendo, la costruzione del faro sarebbe stata non solo molto meno costosa del solito, ma anche più solida, perché i piloni ideati da Mitchell potevano penetrare fino a 6,5 m nel terreno. Un’invenzione davvero geniale, specialmente considerando il fatto che Mitchell non aveva una formazione ingegneristica vera e propria e mai aveva costruito dei fari. E, vi ricordo, era cieco!

Da bravo costruttore di successo, Alexander si assicurò anzitutto che la struttura fosse perfettamente resistente. Ultimata la costruzione del primo gigantesco pilone a forma di “cavatappi”, Mitchell si recò in segreto al largo del porto di Belfast accompagnato dal figlio 19enne John. I due uomini posizionarono un pilone di prova e il mattino dopo, molto presto, tornarono sul posto sperando di ritrovarlo lì fermo dove lo avevano lasciato. I due ripeterono lo stesso esperimento in vari altri punti della costa, e ogni volta il loro pilone di prova era ancora lì ben ancorato.

Il faro di Cork utilizza ancora oggi la tecnologia brevettata da MItchell

Ci vollero però cinque lunghi anni prima che l’invenzione di Mitchell venisse finalmente utilizzata per una costruzione vera. L’azienda Trinity House, che aveva costruito fari in Gran Bretagna e Irlanda, fu la prima a mettere in pratica le invenzioni di Mitchell. Il primo faro a palafitta fu quello di Maplin, lungo la foce del Tamigi inaugurato nel 1838.

Ma pur essendo un costruttore e inventore così abile, Mitchell era comunque molto in ansia sull’effettivo funzionamento della sua idea. Perciò, l’allora 58enne inventore si recò personalmente nel cantiere e si arrampicò sul faro ancora in costruzione. Non proprio una buona idea mettere a rischio la sua sicurezza personale in quel modo. Ma lo capisco, non voleva lasciare assolutamente nulla di intentato e voleva essere sicuro che tutto reggesse al meglio e non avesse messo in pericolo le vite di numerosi marinai e naviganti in futuro!

Comunque sia, Mitchell, cieco e ormai piuttosto anziano, cadde più e più volte in acqua, ma ogni volta si arrampicò di nuovo, ansioso di accertarsi che tutto fosse fatto nel modo giusto. In seguito avrebbe supervisionato di persona altri cantieri del genere. Una personalità davvero forte, che mostra anche quanto l’uomo prendesse sul serio la responsabilità della sua invenzione, anche per i posteri!       

Il successo della sua invenzione spinse Alexander ad avviare nuovamente la sua impresa di costruzioni, espandendo molto l’attività. Per l’inizio del 20° secolo, i fari a palafitta erano ormai centinaia, costruiti non solo in Gran Bretagna ma anche in Nord America. Tra i più innovativi c’erano i fari a palafitta del tipo “cottage”, come quelli di Carolina Sounds, della Baia di Chesapeake e della Baia di Delaware, e poi altri ancora nel Golfo del Messico e lungo le coste della Florida. Con lo stesso metodo vennero poi costruiti persino ponti e scali marittimi, a riprova della versatilità dell’invenzione di Mitchell.

Il metodo di costruzioni con i piloni a “cavatappi” non solo era economicamente conveniente, ma anche eco-sostenibile. Molto meno invasivi per i fondali marini, quei piloni richiedevano anche la rimozione di molto meno materiale e minori spese di costruzione e trasporto. Ogni progetto quindi risparmiava significativamente sui costi e riduceva l’impatto ambientale. Tanto è vero che il metodo di Mitchell è ancora largamente in uso per tantissimi tipi di costruzione, che si tratti di fari o di autostrade, ponti o pali per le telecomunicazioni!

In India, la sua invenzione fu usata per costruire un viadotto e ponti sulla ferrovia di Bombay e Beroda, un sistema di telegrafi e un molo a Madras.

Fu negli Stati Uniti che la sua invenzione ebbe moltissimo successo, in primo luogo con la costruzione di un frangiflutti a Portland, in Oregon, e successivamente vennero costruiti oltre 100 fari lungo la costa orientale degli Stati Uniti.

Inarrestabile, Alexander ha continuato a inventare, in particolare un metodo migliorato per l’ormeggio delle navi velocemente adottato.

Nel 1848, l’Istituzione degli ingegneri civili gli assegnò la medaglia d’argento di Telford per le sue invenzioni.

Mitchell adattò la sua tecnologia anche alle eliche e brevettò l’elica della vite nel 1854. Queste furono usate sulle navi, aumentandone la velocità e riducendone il consumo di carbone. Fu premiato con una medaglia Napoleone all’Esposizione di Parigi.

Nel 2012 la sua invenzione fu ancora utilizzata per progetti di costruzione per le Olimpiadi di Londra e il suo faro a cavatappi è considerato uno dei più grandi dispositivi di ingegneria del diciannovesimo secolo.

Alexander morì il 25 giugno 1868 a Glen Devis vicino a Belfast e fu sepolto nel vecchio cimitero di Clifton, a Belfast, accanto alla sua amata moglie, Mary.

Fonte: Brightside.com engineersjournal.ie

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