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Un videogioco per stare meglio

Nell’era ipertecnologica in cui viviamo c’è un fattore che preoccupa psicologi e ricercatori: il calo dell’attenzione. Ma videogiochi e telefonini non vanno demonizzati, poiché nascondono molte opportunità.

La preoccupazione principale della moderna interazione tecnologica è il continuo bombardamento di informazioni a cui siamo più o meno tutti assuefatti. Statisticamente si tende a perdere la concentrazione e a distrarsi più facilmente: questo può avere ricadute sul lavoro o su altre attività, ad esempio la lettura (in media si leggono meno pagine di fila). Lo stimolo dato da messaggi, social e audio è un potente fattore di distrazione e dipendenza. In alcuni videogiocatori si verificano fenomeni di dipendenza non dissimili da quelli di alcol e droga.

Un’altro effetto collaterale dell’abuso di tecnologia è che, pur migliorando alcune abilità spaziali, di velocità e di vigilanza, i circuiti deputati all’interazione sociale si indeboliscono perché non allenati.

Ma la tecnologia odierna, oltre a garantire il sacrosanto svago, è utile a numerosi scopi, e in un certo senso potrebbe perfino aiutare a recuperare le nostre prestazioni.

Una review commissionata dalla rivista Nature ha rilevato che i videogiochi non hanno un effetto univoco, ma positivo o negativo a seconda del tipo di gioco e del circuito cerebrale rafforzato. Un po’ come avviene per il cibo, che non ha valenza positiva o negativa tout court ma dipende dal contesto.

Per esempio, gli sparatutto o le corse automobilistiche migliorano l’attenzione visiva, la velocità di elaborazione delle informazioni, la capacità di seguire un oggetto e il passaggio da un’attività all’altra. Altri giochi fanno leva sulle capacità di comprendere la situazione e calcolare le possibili mosse in base al contesto. Molti videogiochi poi richiedono concentrazione, memoria, capacità di ragionamento e rapidità d’azione: testando queste competenze dopo varie sessioni di gioco, esse risultano stimolate.

Queste, però, potrebbero anche essere la causa e non la conseguenza della dedizione ai videogiochi (una parte del campione presa in esame potrebbe scegliere questa attività perché più consona alle proprie abilità).

Ciononostante, queste competenze possono risultare utili in alcuni ambiti lavorativi che richiedono concentrazione e attenzione ai dettagli, ma non è detto lo siano in altri contesti:

  • non aiutano a ignorare le distrazioni e a resistere alle irritazioni in mezzo al traffico o in ambienti caotici;
  • l’eccessiva esposizione a una velocità di stimoli superiore al normale rischia di assuefare il cervello di bambini e adolescenti che potrebbero non riuscire a tollerare contesti “più lenti” come quello scolastico e casalingo;
  • nello studio o nella lettura è difficile integrare ciò che si apprende con quello che si è già imparato, dal momento che la concentrazione acquisita videogiocando spesso non richiede un tale sforzo mnemonico e di connessione con nozioni già acquisite;
  • un effetto negativo spesso citato per demonizzare i videogames è il calo del rendimento scolastico, che però pare più legato al tempo sottratto allo studio (infatti, i bambini che riducono le ore trascorse al PC recuperano anche dal punto di vista scolastico, tornando a livelli precedenti all’abuso di videogames).
un retrogame sparatutto

Videogiochi e violenza

Spesso si ricerca la causa di un certo tipo di violenza in ambiti che non sempre hanno una correlazione così netta, come ad esempio la realtà virtuale.

Non è vero che i videogiochi violenti (guerra, sparatutto, horror ecc.) trasformano un giovane normale in un violento, nemmeno se passerà ore e ore davanti allo schermo. Ma rischiano di avere effetti peggiorativi in personalità predisposte alla violenza, per esempio in giovani che hanno subito maltrattamenti, abusi, bullismo ecc… In queste personalità, il continuo aver a che fare con minacce digitali potrebbe estendere questo stato di allerta anche alla realtà, convincendo il bambino o l’adolescente che tutto ciò che vede corrisponda a una minaccia e che chi gli sta intorno non aspetti altro che sopraffarlo. Questo potrebbe condurre a reazioni violente e ingiustificate a seguito di un urto accidentale, una pacca sulla spalla o una frase insignificante pronunciata da un amico.

Dall’altro lato, invece, può portare all’indifferenza nell’assistere a veri episodi di aggressività nell’ambiente che frequentano.

Possibili effetti positivi

  • Le migliori capacità di concentrazione possono rafforzare la resistenza a certi stimoli (da un acquisto superfluo agli impulsi che caratterizzano le dipendenze, come il cibo, l’alcol o le droghe);
  • I videogiochi dove è prevista la collaborazione con altri giocatori migliorano la propensione alla cooperazione anche nel reale. Questo accade anche per i videogiochi violenti dove il protagonista non è “solo contro tutti”, ma deve collaborare con la propria squadra, aiutare i compagni feriti o salvare altre persone.
  • Alcuni tipi di videogiochi possono apportare benefici tangibili in bambini e adolescenti affetti da deficit dell’attenzione, autismo, problemi di apprendimento, ma anche in anziani con demenza senile e perdita della memoria. Si tratta di giochi che richiedono massima concentrazione per un congruo periodo di tempo (almeno mezz’ora), che consistono nell’acchiappare o colpire oggetti in movimento sullo schermo. Attivando diverse reti neurali simultaneamente, si creano nuovi collegamenti che migliorano l’attività dei circuiti dell’attenzione esecutiva: questo è stato riscontrato non soltanto attraverso test effettuati con soggetti che mostravano miglioramenti nella concentrazione globale dopo le sessioni di gioco, ma anche mediante studio delle onde cerebrali. Questa modalità di “allenamento” potrebbe essere utile anche a chi soffre di ambliopia (cioè l’indebolimento della trasmissione nervosa dall’occhio meno performante) e in chi esercita professioni che richiedono grande precisione (chirurghi).

Ovviamente il videogioco deve essere studiato appositamente allo scopo (secondo molti scienziati i giochi commerciali sono più “distraenti” e quindi non adatti), e deve tenere conto della salute visiva, per esempio frazionando in più sessioni il tempo trascorso allo schermo.

I giochi progettati in modo specifico dovrebbero avere le seguenti caratteristiche:

  • livelli graduali di crescita, con obiettivi chiari e feedback e premi immediati, in modo da affinare la propria concentrazione prima di raggiungere lo stadio successivo;
  • adattamento alle esigenze dell’utente (una sorta di tutoraggio)
  • variazione degli ambiti di utilizzo delle abilità, in modo da addestrarle in contesti diversi.

I fondi dedicati a queste app educative non sono paragonabili a quelli di cui dispongono le grandi case editrici di videogiochi commerciali, il che influisce anche sull’attrattiva che tali app possono esercitare sul giocatore classico. Ma alcuni test preliminari su giochi che abbinano un’avventura virtuale alla consapevolezza del proprio respiro (es. toccare lo schermo una volta ad ogni respiro e due volte ogni tot espirazioni) rivelano un certo interesse da parte dei giocatori, che non solo si sentono più concentrati, ma anche più rilassati.

mindfulness e concentrazione simulata si basano sugli stessi fondamenti

Il tipo di concentrazione mirata alla base di queste app, infatti, è il principio cardine delle tecniche di consapevolezza (mindfulness, meditazione…) che hanno come effetto secondario quello di lenire ansia e rimuginazioni.

Un paio di facoltà neuroscientifiche americane stanno collaborando con alcuni programmatori per studiare progetti che sfruttino la passione per i videogiochi di molti giovanissimi per lavorare sull’attenzione esecutiva, sulla tenacia (perseguire degli obiettivi resistendo alle distrazioni) e sulla rilassatezza. La tecnologia non è quindi solo evasione o compensazione, ma si può modellare al servizio del nostro benessere.

Goleman D., Focus: come mantenersi concentrati nell’era delle distrazioni, Rizzoli, 2016

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