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La musica nella dislessia

La dislessia è un disturbo che colpisce le abilità di lettura a prescindere dall’intelligenza del soggetto che ne soffre, ed è classificata in più sottoinsiemi, uno dei quali riguarda un’errata distinzione dei suoni fonetici (disturbo fonologico): in pratica il soggetto non riesce ad associare al segno fonetico il suono corrispondente. In questo caso il problema non starebbe tanto nella lettura, ma nella percezione, ecco perché si manifesta anche in ambiti differenti, ad esempio quello musicale.

I bambini che soffrono di tale tipo di dislessia hanno infatti mostrato di non distinguere correttamente un tipo di ritmo dall’altro o, semplicemente, di non riuscire a battere le mani a ritmo. Questa problematica sembra dipendere da una mancata sincronizzazione tra onde cerebrali e tempo musicale.

Ci si è quindi chiesti se migliorando le competenze musicali si potesse ottenere un miglioramento anche nel campo del linguaggio e della lettura. In Italia la Fondazione Mariani ha dato il via a una ricerca che ha coinvolto diversi bambini dislessici invitati a seguire un corso di musica. All’inizio e alla fine del corso i bambini venivano sottoposti a diversi test in ambito musicale, linguistico e di lettura, che hanno mostrato un miglioramento dose-dipendente nelle competenze fonologiche. Il gruppo controllo era costituito da bambini che seguivano un corso arti plastiche, che non ha dato gli stessi risultati.

Avere a che fare con la musica (ascoltandola, ma soprattutto suonando uno strumento) implica padroneggiare gradualmente numerose funzioni a livello sia cognitivo che percettivo, riguardanti la memoria, il ritmo, le categorie dei suoni, le relazioni fra i suoni, le regole musicali ecc. Le aree del cervello che elaborano la musica sono a grandi linee quelle deputate al linguaggio (in effetti la musica è considerata, dagli addetti ai lavori, alla stregua di un mezzo comunicativo), e non a caso progredire nello studio della musica è correlato a miglioramenti nell’apprendimento delle lingue straniere, nell’attenzione, nell’elaborazione delle informazioni, nel linguaggio ecc., a seguito di un rafforzamento delle connessioni neuronali e della mielinizzazione delle fibre (la mielina è una sostanza che isola le fibre permettendo una più efficace trasmissione degli impulsi). Parallelamente, anche il linguaggio possiede caratteristiche tipiche della musica: tono, ritmo e melodia.

Negli ultimi decenni si è perciò studiato il ricorso alla funzione riabilitativa della musica, sia a livello funzionale (dislessia, afasia…) sia di lesioni e degenerazioni. Nell’afasia (incapacità di parlare per cause traumatiche o psichiatriche), per esempio, si è visto che il canto permetteva ai soggetti di esprimere proposizioni sempre più articolate. In questo caso la musicalità aveva il potere non solo di rafforzare alcune connessioni neurali compromesse, ma anche di smorzare l’attività compensativa di aree inibitorie.

Queste terapie si svolgono tramite “intonazione melodica” (facendo cantare al paziente delle parole o delle frasi che non riuscirebbe a pronunciare altrimenti) o metodi che insegnano a tenere il ritmo e a riconoscere le differenze fra i suoni e le melodie.

La musicoterapia scientifica (fondata su ricerche cliniche che indagano sia gli effetti che i meccanismi sottesi) non è stata sfruttata negli anni Ottanta e Novanta, ma negli ultimi tempi sta attirando sempre maggiore interesse e non sono rari i percorsi riabilitativi fondati sui metodi musicali.

Daniel Schön Il cervello musicale, Il Mulino, 2018

Oliver Sacks Musicofilia, Adelphi, 2008

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