
La tribù amazzonica che non conosce il concetto del tempo.
Già il filosofo Seneca affermava:
Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne sprechiamo molto
e se c’è una cosa della quale le società moderne sono ancora vittime, è il tempo.

Agende, promemoria, sveglie, calendari, orologi: la nostra è una società ossessionata dal tempo e dal suo scorrere. Basta un solo secondo non previsto per mandarci potenzialmente in tilt. Per quanto la suddivisione e l’organizzazione del tempo possano variare da una cultura all’altra – e basarsi, per esempio, su diversi calendari – la relazione tra tempo e spazio è, secondo gli antropologi, un fatto pressoché costante e trasversale.
Frasi come “Si avvicina l’estate” o “Non vedo l’ora che arrivi il tuo matrimonio”, che legano la comparsa di un evento a un’idea di movimento e di collocazione spaziale, sono pressoché universali.

Oltre la relatività del tempo ci può essere soltanto la sua negazione. È quanto rivela all’uomo occidentale un gruppo di indios dell’Amazzonia brasiliana, gli Amondawa, la cui cultura e lingua sono diventati un rompicapo straordinario, che sta impegnando molti scienziati da tutto il mondo.
Negare il tempo non come rifiuto, ma semplicemente per un «non bisogno». A questa conclusione è arrivato un team dell’Università statunitense di Portsmouth che, lavorando a stretto contatto con i colleghi dell’Università brasiliana della Rondônia, ha monitorato la comunità degli Amondawa, pubblicando i risultati dello studio sulla prestigiosa rivista «Language and Cognition».
È un gruppo davvero sparuto quello degli Amondawa, composto da uomini, donne, bambini e anziani che vivono negli Stati brasiliani della Rondônia e dell’Acre, vicino al fiume Jiparaná. Sono poco più di un centinaio, pochissimo se paragonato all’immensa estensione della foresta amazzonica (più di 6,5 milioni di kmq, di cui il 65% in Brasile), ma custodiscono un segreto unico. Nella loro cultura non esiste l’idea di tempo. E non esistono neppure i calendari e quindi le persone non sanno la loro età. Al punto che le fasi della vita – infanzia, adolescenza, giovinezza, maturità e vecchiaia – vengono «raccontate» nella comunità cambiando il nome della persona.
Quello che per gli occidentali è il lento e inesorabile fluire del tempo in Amazzonia diventa una totale trasformazione della persona, del suo essere. Di religione animista, del resto, questi indios riconoscono un’anima o uno spirito in ogni cosa, negli oggetti come nella natura, che nell’Amazzonia è maestosa e dominatrice. «Noi siamo quello che abbiamo intorno», spiega con saggezza antica un indio, che tutti chiamano in portoghese Pedro, anche se il suo vero nome è Tupirim. Solo che intorno non c’è il tempo, aggiungiamo noi.
Secondo Chris Sinha, docente di filosofia del linguaggio nell’Università di Portsmouth e a capo del team di ricerca, «non possiamo, in realtà dire, che siano un popolo fuori dal tempo». Come altri indios «parlano di eventi e sequenze di eventi. Ciò che non riscontriamo, però, è la nozione di tempo come condizione indipendente dagli eventi a cui è legato. Gli Amondawa non hanno cioè la nozione del tempo come qualcosa dentro il quale un fatto avvenga». Mancano così nella loro lingua parole per indicare «anno», «mese», «settimana». Vivono cioè in una dimensione composta da eventi, ma non riescono a vedere questi episodi come parte del fluire del tempo.
Come molte tribù amazzoniche, gli Amondawa ricorrono, per le loro attività quotidiane (caccia, pesca e piccola agricoltura locale) a un numero molto ristretto di vocaboli che comprende appena 4 numeri. Orologi e calendari sono strumenti sconosciuti, e la giornata è scandita dalla posizione del Sole nel cielo. Non ci sono termini che indichino mesi o anni e i periodi di tempo più lunghi sono indicati come suddivisioni delle stagioni secche o piovose. Invitati a tradurre la parola portoghese tempo, gli Amondawa rispondono “Kuara”, Sole.

Com’è possibile? Secondo i ricercatori, l’assenza del concetto di tempo deriverebbe dall’assenza del «tempo tecnologico», ovvero di un calendario, correlato a sua volta all’esistenza di un sistema numerico. Non saper contare avrebbe dunque impedito lo sviluppo della nozione di tempo tra gli Amondawa, che, peraltro, hanno goduto di un isolamento straordinario, visto che sono stati «contattati» dagli antropologi in tempi relativamente recenti, nel 1986. Da allora hanno cercato in tutti i modi di preservare il proprio stile di vita, arricchito da continue feste e rituali. Come l’Yreruá, per esempio, in cui gli uomini fanno finta di lanciare le proprie frecce, mentre le donne danzano, stringendosi alle loro braccia, e un «capo» dà il ritmo con un flauto e battendo i piedi.
In uno studio sul sistema linguistico degli Amondawa pubblicato nel 2011, ricercatori delle Università di Portsmouth (Gran Bretagna) e Rondônia (Brasile) hanno provato a insegnare a questa popolazione espressioni come “è in arrivo la stagione secca”, che applichino il concetto di moto a un evento temporale.
Non ci sono riusciti, e non per un problema cognitivo: gli Amondawa utilizzano infatti senza problemi questo tipo di costrutto in Portoghese, la loro seconda lingua. E applicano correttamente il concetto di movimento al moto apparente del Sole. Ma non riescono a mappare un evento nel tempo: il concetto che un fatto sia passato da tempo, o debba ancora arrivare, viene semplicemente rifiutato.

Il mistero, tuttavia, è tutt’altro che risolto. Per Pierre Pica, linguista francese, è necessario effettuare ulteriori studi, perché il linguaggio – di per sé – può anche non rivelare quello che in realtà esiste nella percezione collettiva. Ovvero la possibilità che gli Amondawa abbiano un’idea di tempo più sofisticata di quanto appaia in superficie. La questione, quindi, resta ancora aperta, mentre sulla foresta amazzonica torna a scendere il buio: per noi è il domani che arriva, per gli indios soltanto la conclusione di un evento isolato.


