C’era una volta l’arte dell’artigianato, di ogni sorta e di ogni varietà. Questi antichi mestieri erano spesso tramandati di padre in figlio, fino ad arrivare ai giorni nostri, dove la globalizzazione ha divorato e ucciso tutti i piccoli, medi artigiani e i pochi ancora sopravvissuti arrivano alla fine del mese con grandi difficoltà e sacrifici.

Negli ultimi cinquant’anni abbiamo, infatti, assistito a fenomeni di produzione di massa che, in molti casi, hanno consentito ai nuclei familiari meno abbienti, di potersi permettere uno standard quantitativo simile a quello della popolazione un po’ più agiata.

In queste poche righe si nota che è già sottinteso che la qualità ha fatto le spese di questo processo di consumo e produzione di massa e vorrei raccontare la piccola esperienza personale che mi ha portato a questa riflessione.

Premetto che – spero si capisca dal nome nella firma dell’articolo- sono un individuo di sesso femminile e, come molte donne, mi piacciono ninnoli vari, come collanine, orecchini e cose frivole di questo genere. Possiedo molti oggetti di bigiotteria e ne compro volentieri altri: ho acquistato su un piccolo sito di e-commerce irlandese un bellissimo anello Claddagh in argento a 3 euro, che abbino volentieri a una collanina celtica in argento acquistata a una bancarella per 10 euro.

Vi chiederete: “Perché ci dice quanto ha speso e quanti bijoux ha”? Semplice: ho fatto un piccolo sondaggio all’interno del mio gruppo sociale e molte persone che conosco, me compresa, hanno avuto cattive esperienze con gioielli di marchi altisonanti (veramente altisonanti) costati molto spesso più di 15 volte i piccoli oggettini di artigianato che si trovano alle bancarelle delle fiere.

Il risultato è sbalorditivo: il 70% delle persone da me approcciate ha dichiarato di essere assolutamente scontenta della qualità del prodotto acquistato presso questi shop ultra famosi e ultra fancy poiché dopo pochissimo tempo l’oggetto si è usurato irreparabilmente.

Mentre parlavo con queste persone, il mio pensiero è andato immediatamente ai miei nonni, ai miei genitori che, acquistavano i gioielli presso quei piccoli laboratori orafi che – credo – nei giorni nostri siano sopravvissuti solo nelle piccole realtà di quei paesi poco collegati alle grandi città.

Domanda: spendo 150 euro dal piccolo artigiano per un bel paio di orecchini di oro bianco con una bella pietra (vera), oppure 150 euro dal negozio famoso con vetrine chic nelle vie più “in” delle grandi capitali mondiali per orecchini di metallo sconosciuto, rodiati e che si rovinano con l’umidità atmosferica? Ebbene: chi ci guadagna?

Può una riflessione su un argomento superficiale come la moda portare a una riflessione più intensa sulla nostra società e sul malessere che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle?

Un malessere che ci inganna con la scusa del consumismo e ci costringe a acquistare inutili cianfrusaglie per rimanere “al passo” coi tempi e con la massa. 

Proviamo a sostituire la parola “gioiello” con supermercato e “bijoux” con negozio di paesello e possiamo capire perché la nostra società si stia basando sempre più sulla delocalizzazione delle attività, creando inevitabilmente disoccupazione nel paesello stesso. Sostituiamo ancora la parola “paesello” con “nazione” e il gioco è fatto.

L’argomento è veramente di ampio spettro e affronterei volentieri anche gli aspetti positivi del mercato globale, ma lo scopo di questo breve articolo è di valorizzare il lavoro artigianale, manuale, individuale e di qualità che le macchine ancora, per fortuna, non possono rimpiazzare.

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