Secondo alcuni, proteggerci dal sole non è necessario. Un excursus su creme solari e abiti anti-UV.

Prima del XX secolo l’abbronzatura era caratteristica delle classi sociali meno agiate, che lavoravano tutto il giorno all’aperto sotto il sole; il vero status symbol era la pelle candida, ricercata e spesso accentuata con generose incipriature. Durante i primi decenni del Novecento l’esposizione al sole fu riabilitata, non solo grazie ad alcune scoperte in ambito medico (il contributo della radiazione solare nella terapia di alcune malattie della pelle), ma anche al diffondersi della villeggiatura. L’abbronzatura è diventata quindi il simbolo del viaggiatore, di chi può permettersi di fare il turista (la prima fautrice della pelle scura fu Coco Chanel).

Al giorno d’oggi la moda si è capovolta ed è il biancore la caratteristica da evitare (forse perché stigma di chi non ha i mezzi per pagarsi vacanze frequenti, oppure perché evoca il pallore patologico); di contro l’abbronzatura è diventata il marchio del benessere fisico ed economico. A volte a scapito della salute vera e propria, soprattutto dopo che qualcuno ha diffuso il monito secondo cui le creme solari danneggerebbero più di tutto il sole preso.

Ma numerose ricerche e studi epidemiologici svolti in tutto il mondo confermano l’incremento dell’incidenza dei melanomi, incremento direttamente proporzionale all’esposizione solare, all’uso di lampade abbronzanti o alla vicinanza all’equatore (a prescindere dalla genetica, cioè anche in popolazioni immigrate).

“E allora come mai l’incidenza dei tumori cutanei è aumentata negli ultimi decenni, invece di diminuire?” si domandano giustamente in molti.

Perché il diffondersi della lampada abbronzante (moda che ha subito un guizzo proprio in questi ultimi decenni) unito all’utilizzo insufficiente delle protezioni e alle abitudini errate vanificano i risultati conseguibili dalle attuali formulazioni, più sicure a livello tossicologico e più protettive rispetto a quelle del passato. Aggiungiamo anche che le ricerche relative alla correlazione creme solari/alcuni tipi di tumori cutanei sono aggiornate ai periodi in cui i fattori di protezione erano più bassi rispetto a quelli odierni. Non ultimo: l’abbronzatura è diventata quasi un’ossessione, una gara a chi si fa più nero, mentre il pallido (per scelta o per genetica) viene spesso biasimato o deriso in modo sottile. La fissazione per questo obiettivo a volte inibisce il nostro senso del pericolo.

Nonostante i mass media tendano a categorizzare ogni cosa in “buono” e “cattivo”, la realtà ha numerose sfaccettature e, seppur con difficoltà, è possibile ricercare un buon compromesso tra le nostre paure e aspirazioni e la tutela di noi stessi.

Effetti negativi di un’errata esposizione:

  • aumentato rischio di formazioni tumorali (melanomi, epiteliomi)
  • macchie brune
  • invecchiamento cutaneo (rughe)
  • stimolazione dei processi infiammatori (eritemi, herpes)
  • riduzione delle difese immunitarie.

Il processo dell’abbronzatura

Raggiunta la pelle, i raggi ultravioletti degradano la melanina (il pigmento deputato a proteggerci dall’azione delle radiazioni) stimolando le cellule produttrici, i melanociti, a sintetizzarne in massa: questo è il processo alla base dell’abbronzatura, che avrebbe funzione barriera. Anche chi è abbronzato o ha carnagione scura, però, non è protetto al 100% come spesso si ritiene (si calcola che la protezione della pelle abbronzata o scura corrisponda massimo a un SPF 10, se non a un bassissimo 2): quindi anche la convinzione comune che basti abituare gradualmente la pelle al sole per essere protetti non è corretta, poiché ognuno ha un limite massimo di sintesi di melanina che i melanociti non possono superare.

La radiazione ultravioletta e il fattore di protezione

I raggi ultravioletti sono radiazioni emesse dal Sole ad alta frequenza e lunghezza d’onda inferiore a quella del violetto dello spettro visibile.

spettro delle radiazioni solari
l’ultravioletto è la frazione di radiazione che si trova dopo il viola visibile

Si distinguono in più macrocategorie, di cui le più importanti in questo ambito sono:

  • UVA (a lunghezza d’onda maggiore, con meno energia intrinseca rispetto all’UVB): costituiscono il 90% della radiazione che giunge a noi, godono di un assorbimento in profondità maggiori a livello epidermico e i loro effetti non sono visibili se non dopo anni (invecchiamento e ossidazione cellulare, mutazioni a livello del DNA).
  • UVB (a lunghezza d’onda minore, con più energia intrinseca): caratterizzati da un assorbimento cutaneo più superficiale, sono i più filtrati dall’ozono, ma sono anche i responsabili degli effetti collaterali immediati (eritemi, scottature). Gli UVB vengono filtrati anche dal vetro: dietro tali superfici non ci scottiamo, ma assorbiamo comunque UVA.

Al giorno d’oggi quasi tutti i solari sono testati anche contro gli UVA, ma per sicurezza è meglio controllare la presenza dell’apposita indicazione (un bollino o la scritta “protezione UVA”, che garantiscono una protezione di almeno 1/3 rispetto a quella dell’SPF), oppure dell’UVA-PF, il fattore di protezione specifico per gli UVA.

L’SPF (sun protection factor), infatti, misura solo la filtrazione agli UVB, ed esprime a grandi linee la percentuale di radiazione lasciata filtrare da un quantitativo di crema prestabilito e applicato con la dovuta frequenza: l’SPF 50 ne rilascia un cinquantesimo (quindi protegge dal 98% della radiazione in entrata), l’SPF 30 un trentesimo (quindi protegge dal 96,7%) ecc. Tra SPF 50 e SPF 30, come si può vedere, non c’è una grande differenza: per questo le diciture con numeri compresi fra il 30 e il 50 e oltre il 50+ hanno poco senso, ma anche l’utilizzo dell’SPF 50 in sé non apporta così tanti benefici ulteriori rispetto al 30 (benché sia obbligatorio in casi particolari, per esempio per proteggere le macchie brune o una pelle estremamente sensibile). È inoltre proibito l’utilizzo della dicitura “protezione totale”, in quanto una minima percentuale di UV riesce sempre a filtrare. La Comunità Europea ha imposto come limite inferiore l’SPF 6, e l’associazione di ogni numero a una breve definizione:

  • 6-10, bassa: indicata solo per i fototipi molto scuri o durante gli ultimi giorni di esposizione; tale protezione però si annulla con i bassi quantitativi di crema che siamo soliti applicare;
  • 15-25, media: utilizzabile dai fototipi scuri o da chi si è già abbronzato
  • 30-50, alta: per fototipi chiari e nei primi giorni di esposizione, per i bambini
  • 50+, molto alta: per i fototipi molto chiari o con problemi alla pelle, per i bambini.

N.B. Le linee guida dell’OMS sconsigliano l’esposizione al sole per i neonati sotto i 6 mesi di vita, quindi non esiste una crema solare dedicata.

Tipi di protezione solare

Filtri “fisici” (o minerali o metallici): a base di ossido di zinco o biossido di titanio, sono i preferiti di molti genitori: non essendo idro- e liposolubili presentano minore assorbimento sistemico, inoltre formano il tipico pastone bianco molto visibile, che mostra chiaramente dove è stato applicato. La colorazione bianca dipende dal tipo di molecola ed è proporzionale alla quantità di radiazione riflessa: l’ossido di zinco è più trasparente, il biossido di titanio più bianco. Spesso vengono utilizzati in miscela.

I filtri fisici lavorano riflettendo la radiazione solare. Lo svantaggio è appunto l’aspetto da cerone che può suscitare qualche imbarazzo in spiaggia o in piscina. I filtri cosiddetti “nano” (cioè con dimensioni particellari ridotte) sono soggetti a stringata regolamentazione ed è obbligatorio indicarne la presenza in etichetta, perlomeno nella Comunità Europea. Inoltre è proibito il loro utilizzo in formulazioni spray, in quanto considerati cancerogeni per inalazione.

Filtri chimici (oxybenzone, avobenzone, octocrylene, metossicinnamato ecc.): così chiamati perché non hanno un effetto fisico sulla radiazione; al contrario la assorbono e trasformano chimicamente rendendola innocua.

abbigliamento anti-UV per bambini
abbigliamento anti-UV per bambini

Abbigliamento anti-UV: si tratta di indumenti (pantaloni, maglie, cappelli e costumi) costituiti da tessuto a maglie fitte trattato con ossidi di titanio che captano i raggi UV, e sono dotati di SPF (nel caso specifico si parla di Upf, che può arrivare anche a 80). Sono molto diffusi in Australia e Nuova Zelanda dove il problema del melanoma è particolarmente sentito. Gli svantaggi dell’abbigliamento anti UV sono la perdita delle proprietà dopo un certo numero di lavaggi (se il capo è di buona qualità il numero può anche superare i 30-40) e a seguito di abrasione o trazione delle fibre. Si acquistano nei negozi di articoli sportivi e il prezzo varia dai 10 ai 60 euro. I più affidabili sono quelli con la dicitura UV 801 (lo standard ufficiale e restrittivo per la determinazione della protezione) e con Upf superiore a 15. Anche gli indumenti tradizionali effettuano una certa schermatura: i tessuti in fibra naturale (lino e cotone) scarsi in pigmenti e lignina, sono meno schermanti rispetto alle fibre sintetiche (soprattutto poliestere). In generale i tessuti a trama fitta, scuri o vivacemente colorati hanno maggior potere assorbente (quindi evitano il riverbero della radiazione in tutte le direzioni, compresa quella della pelle sottostante), ma il loro fattore di protezione non è altissimo; inoltre non sono confortevoli al caldo, all’umidità o per nuotare. Un tessuto bagnato aumenta la trasmittanza della radiazione, riducendo l’effetto protettivo (questo è evidente soprattutto con il cotone, fibra idrofila). Tuttavia trattare il cotone con additivi anti-UV (es. ossido di titanio) garantisce un buon compromesso tra protezione solare e comfort.

Quanta crema applicare?

In generale si raccomanda di spalmare su tutto il corpo un quantitativo di crema che equivalga a una palla da ping pong (30 grammi = 2 mg di crema per cm² di pelle) ogni due ore circa, e sempre dopo il bagno (anche se water proof). Questa è la massa su cui si calcola il fattore di protezione.

Purtroppo queste prescrizioni non vengono quasi mai rispettate, e lo strato messo a nostra protezione è sempre più sottile (si stima che sia metà/un quarto della dose raccomandata) con drastica riduzione della protezione rispetto all’SPF dichiarato. A volte si lesina per risparmiare, dal momento che la quantità suggerita implica un consumo di flaconi maggiore di quello a cui siamo abituati; altre volte per indicazioni troppo vaghe in etichetta, altre volte ancora per il timore di non prendere la tintarella. Chi si abbronza con facilità suscita invidia, soprattutto nelle persone dalla pelle lattea che pur si espongono negli orari più favorevoli.

I solari sono tossici per l’organismo?

C’è chi sostiene che molti solari “chimici” siano carcinogenici e che sia quasi più sicuro prendere il sole senza, ma le attuali molecole ammesse sono state sottoposte a iter tossicologici standardizzati che hanno escluso tale possibilità (fatto salvo per il biossido di titanio inalato). Inoltre la non-applicazione è alla base di un rischio carcinogenico ancora più alto.

Alcuni derivati da ormoni vegetali (es. idrossicinnamati e salicilati) vengono accusati di effetti a livello endocrino. Questi si sono registrati in vitro e in vivo su alcune specie animali, mentre sull’uomo al momento vi sono poche evidenze. L’Unione Europea è comunque sempre attenta alla questione e molti composti sono già stati banditi o sottoposti a restrizioni.

Chi si preoccupa dell’assorbimento sistemico dei cosmetici spesso predilige i solari con filtro cosiddetto “fisico”. Le molecole impropriamente denominate di tipo “chimico”, infatti, sono imputate di entrare in circolo in quantità rilevabili, come peraltro si sa da più di vent’anni. Questo recente studio, che ha misurato la concentrazione di tali molecole nel sangue alla massima applicazione consentita, ha sollevato di nuovo un polverone sui “filtri chimici”, ma lo stesso studio conclude che non vi sono motivi per evitare queste sostanze, in quanto i benefici superano di gran lunga la tossicità (peraltro mai evidenziata alla percentuale massima consentita in un cosmetico, che per es. per l’oxybenzone è del 6%).

È vero che tali molecole vengono assorbite dal circolo sanguigno, ma le concentrazioni ammesse nei nostri cosmetici non inducono effetti avversi degni di nota. Il rischio di tumori cutanei è ben più alto rispetto a quello tossicologico. Se proprio si ha timore, si possono utilizzare gli indumenti UV applicando i filtri fisici sulle parti scoperte. Attenzione però alla compliance: se ci accorgiamo che l’effetto pastoso del nostro acquisto ci è sgradito, saremo meno propensi a spalmarlo nelle giuste dosi.

I solari annullano la sintesi di vitamina D?

La vitamina D si forma nella pelle a partire dalle provitamine deidrocolesterolo (di origine endogena/animale) ed ergosterolo (di origine vegetale) grazie alla radiazione ultravioletta B, ed è successivamente attivata da fegato e reni.

Alcuni usano protezioni troppo basse per il proprio fototipo perché temono di non sintetizzare sufficiente vitamina D. In realtà anche le protezioni SPF 50 permettono il passaggio di una piccola percentuale di UV, che moltiplicata per le molte ore di esposizione al sole permette un discreto assorbimento. In alternativa bastano da 10 a 30 minuti di esposizione alla luce senza protezione nelle ore meno calde per soddisfare il fabbisogno giornaliero di vitamina D nel periodo primaverile-estivo. È l’inverno, semmai, il vero problema: in questa stagione è richiesto infatti un tempo di esposizione superiore (anche un’ora e più), motivo di numerosi deficit soprattutto alle latitudini settentrionali.

Vi sono poi condizioni particolari di malassorbimento o altre patologie in cui è il medico a dover stabilire il da farsi. Ma anche in questi casi non è meglio affidarsi a degli integratori o ricorrere a trattamenti controllati piuttosto che rischiare eritemi e neoplasie?

I solari sono ecologici?

In realtà, nessuna delle molecole che utilizziamo per la protezione solare può dirsi veramente ecobio. I filtri “fisici” (biossido di zinco e titanio) sono tossici per la fauna marina (i loro residui in acqua formano perossido di idrogeno), quelli cosiddetti “chimici” per la barriera corallina, tanto da essere vietati in alcuni Paesi.

Per ridurre l’impatto a livello generale, nel nostro piccolo possiamo scegliere prodotti in contenitori più grandi (quindi anche più convenienti) e privi di scatoletta esterna. Il fatto che siano water resistant non ci esonera dal dover ripetere l’applicazione dopo il bagno, ma riduce un minimo la dissoluzione nelle acque.

Le uniche protezioni a basso impatto ecologico sono gli indumenti anti-UV. Come già scritto a proposito del profilo tossicologico, un buon compromesso si ottiene associando tale abbigliamento a una crema solare idroresistente per le parti scoperte.

Blog di riferimento e approfondimento

La ceretta di Occam – Blog di Beatrice Mautino

Nononsensecosmethic – Blog di Rodolfo Baraldini

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