Il 2 giugno 1989 usciva nelle sale americane “L’Attimo Fuggente”, il capolavoro di Peter Weir. 30 anni di Carpe diem!

“Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione”.

Più che l’invito a vivere ogni giorno come fosse l’ultimo, esemplificato da quel “Carpe diem” (che prima di uscire dalla bocca di John Keating fu scritto intorno al 30 avanti Cristo, dal poeta latino Orazio, in una delle sue “Odi”), è questa la frase che ancora preferiamo de “L’Attimo Fuggente”, il film di Peter Weir uscito nelle sale americane il 2 giugno del 1989 e arrivato a un incasso mondiale di 235 milioni di dollari.
Lo è perché la forma d’arte che accosta le parole seguendo particolari leggi metriche oggi sembra attrarre ben poco le generazioni più giovani, e se i ragazzi di fine anni ’80 si struggevano leggendo “I fiori del male” di Baudelaire, alternandoli alla prosa del   “Libro dell’inquietudine” di   Pessoa, oggi sono giusto alcune canzoni ad affidare a versi in rima o sciolti l’espressione di sentimenti, stordimenti, innamoramenti, ossessioni.

Avevo notato che c’era qualcosa nell’aria perché durante le riprese dell’ultima scena, quella in cui i ragazzi salgono sui banchi per salutare il professore, uno dei camionisti della troupe, uno pieno di tatuaggi, persino sulle palpebre, si era messo a piangere come un vitello. L’attimo fuggente è un film che tocca dentro. Parla della passione, della creatività, di tutte quelle cose alle quali la gente aspira ma che raramente riesce a realizzare. (Robin Williams)

Nel celebrare il trentesimo compleanno del film forse più popolare del regista di “Picnic ad Hanging Rock” è bello ricordare Walt Whitman e la sua “O Capitano! Mio Capitano!“oltre a John Keats   e a William Shakespeare  e invitare chi legge a inebriarsi dei loro scritti e magari ad andare nei boschi, come fanno Todd, Knox & Co., a declamare, a ritmo di Bepob “The Congo” di  Vachel Lindsay.

La poesia, in Dead Poets Society significa coltivare la creatività e il romanticismo in opposizione all’omologazione, alla razionalità ad ogni costo, alla cieca obbedienza alle regole. Poesia vuol dire   scegliere la vita e prendersi il diritto di esercitare il libero arbitrio, e se oggi sembra una cosa possibile, non lo era di sicuro nel 1959, nel collegio Welton del Vermont e in diversi altri luoghi.

Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita.

La trama è, all’apparenza, abbastanza semplice: si tratta dell’ennesima storia ambientata in un college, incentrata su un gruppo di amici alle prese con gioie e dolori dell’adolescenza e condita da un tono da mélo   che lascia presagire risvolti drammatici. Il successo, però, sia di pubblico sia di critica, è sorprendente: al quinto posto per incassi mondiali nell’anno di uscita, ottiene quattro candidature agli Oscar e ne vince uno, oltre a un Bafta nel Regno Unito, un premio César in Francia e un David di Donatello in Italia, sempre come miglior film straniero. Non manca qualche critica negativa, naturalmente, come il giudizio che emerge dalla   recensione di Vincent Canby   sul New York Times, secondo il quale il film avrebbe “annoiato e confuso gli spettatori più giovani”. E, ancora, la celeberrima recensione di Roger Ebert, che sul Chicago Sun-Times scrive: “Ero così commosso che volevo vomitare”. Eppure la sua presa sui giovani di ogni decennio è innegabile. 

Voi avete visto Shakespeare recitato più o meno così: “O Tito, porta il tuo amico con te!”. Ma chi l’ha visto fatto da Marlon Brando, sa che Shakespeare può essere diverso: “Amici, Romani, concittadini, prestatemi orecchio”. E provate a immaginarvi John Wayne nel Macbeth che fa: “Bè, cos’è, un coltello quello che vedo di fronte a me?”

Ci teniamo tutti ad essere accettati, ma dovete credere che i vostri pensieri siano unici e vostri, anche se ad altri sembrano strani e impopolari, anche se il gregge può dire: “Non è beeeene!” Come ha detto Frost: “Due strade trovai nel bosco e io scelsi quella meno battuta ed è per questo che sono diverso”.

Ambientato nel 1959 nel collegio maschile d’élite Welton, in Vermont, New England – lo stesso  setting del romanzo di Donna Tartt “Dio di illusioni” (1992), anch’esso incentrato su un gruppo di studenti privilegiati, e lo stesso Nord Est degli Stati Uniti, negli istituti alto-borghesi de Il giovane Holden (1951) – narra lo stravolgimento della   routine  scolastica di un gruppo di diciassettenni dopo l’arrivo di John Keating, un docente di poesia inglese ed ex studente della scuola decisamente anticonformista. Grazie a lui, i quattro protagonisti, Neil, Todd, Knox e Charlie, scopriranno la poesia, la chiave per schiudere se stessi e l’età adulta. C’è chi lo fa attraverso la passione per il palcoscenico, chi per una ragazza che trova finalmente il coraggio di avvicinare.

Figlioli dovete combattere per trovare la vostra voce, più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Thoreau dice: “Molti uomini hanno vita di quieta disperazione”, non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno.

La regia tiene a bada il rischio dello scontato, la fotografia maestosa immortala i paesaggi del New England accesi dai colori autunnali. La sceneggiatura originale che si aggiudicherà l’Oscar è di Tom Schulman, autore nello stesso anno di quella di “Tesoro, Mi Si Sono Ristretti I Ragazzi”, un altro cult dei primi anni Novanta. Il regista, qui, chiese a Schulman pochissime modifiche alla sceneggiatura, una delle quali allontana la tentazione della lacrima facile: i due concordarono di eliminare ogni accenno alla malattia del professor Keating , che nelle intenzioni dello sceneggiatore avrebbe dovuto morire nel finale. Peter Weir trovò che il messaggio sarebbe stato più potente così: il gesto di omaggio di Todd, e dei compagni che lo imitano, alla fine del film è quello di chi si alza in piedi (sul banco) per ciò in cui crede e non il saluto commosso a un uomo che sta per morire. 

L’amico Anderson ritiene che ciò che ha dentro sia inutile e imbarazzante. Non è così Todd? Non è la sua peggiore paura? E si sbaglia: io credo che dentro di lei ci sia qualche cosa che vale moltissimo! «E risuona il mio barbarico yawp sopra i tetti del mondo!» Firmato Walt Whitman. Di nuovo lo zio Walt. Per quelli che non lo sapessero uno yawp è un ululato rauco, un grido. Ecco Todd, vorrei che ci desse una dimostrazione di un barbarico yawp. E no, non può ululare stando seduto. Coraggio, in piedi. Assuma una posizione da ululato.

L’attimo fuggente  lancia la carriera di Ethan Hawke, qui nei panni di Todd, e consacra il periodo d’oro di Robin Williams. Il professor Keating è centrale, pur non essendo il vero protagonista: al centro del film ci sono i ragazzi e l’influenza che il professore ha su di loro, come richiamato dal titolo originale, “La setta dei poeti estinti”, la società segreta fondata da Keating studente e ricostituita dai suoi allievi. La narrazione si svolge nell’ambiente protetto del collegio, in cui la vita in comune potenzia l’effetto delle parole di Keating-Williams sui ragazzi che, abituati a farsi scivolare addosso le lezioni con il solo obiettivo del prestigioso diploma, le assorbono inizialmente turbati, poi entusiasti. Lo sceneggiatore Schulman modellò il personaggio di John Keating sul professor Samuel F. Pickering , il suo insegnante di letteratura inglese alla Montgomery Bell Academy di Nashville, e poi docente universitario di fama. A sua volta Williams attinse, per la sua interpretazione, ad alcuni insegnanti incontrati sulla propria strada, e principalmente a John C. Campbell, il suo professore di storia alla Country Day School di Detroit, licenziato nel 1991 per “non aver dimostrato la volontà di aderire agli standard accademici e professionali”, secondo le   parole del preside della scuola. 

Ascoltate l’onesto Puck, se avremo la grande sorte di sfuggire ai vostri insulti, potremo rimediare signori, che Puck non è un mentitore. Quindi buona notte a tutti voi, datemi la mano e siamo amici e Puck i danni vi rifonderà.

Ci sono dei momenti di magia nella storia del cinema, come quando tutte le persone chiamate a collaborare a un film si rivelano la scelta migliore. Per  L’attimo fuggente  Peter Weir ebbe a disposizione un cast straordinario (Robert Sean Leonard, Josh Charles, Gale Hansen e soprattutto un   Ethan Hawke dolcissimo e al suo secondo film dopo   Explorers ). Ai suoi boys il regista impose di convivere per un certo periodo di tempo prima dell’inizio delle riprese e per rendere realistica l’evoluzione della loro amicizia ebbe la brillante idea di girare in sequenza. Per la fotografia l’australiano si rivolse a John Seale (premio Oscar per Il paziente inglese) e per le musiche a Maurice Jarre (a cui dobbiamo, per esempio, la colonna sonora de Il Dottor Zivago, Lawrence d’Arabia e   Passaggio in India, che lo portarono all’Academy Award). A dispetto di tanta eccellenza (che dire della regia di Weir , della sua macchina da presa che alla fine sale sui banchi insieme agli studenti che salutano il loro Capitano?),   L’attimo fuggente vinse la statuetta dorata soltanto per la migliore sceneggiatura originale, nonostante fosse stato candidato anche per la migliore regia, il miglior attore protagonista e come miglior film.

Citando Walt Whitman: “O me, O vita, domande come queste mi perseguitano. Cortei di infedeli, città gremite di stolti, che v’è di nuovo in tutto questo? O me, O vita… Risposta:
che tu sei qui, che la vita esiste e l’identità , che il potente spettacolo esiste e tu puoi contribuire con un verso.” Quale sarà il tuo verso?

Riguardare il film, oggi che  Robin non c’è più, fa tristezza, e vengono i lacrimoni a vederlo avvicinarsi a una foto di vecchi studenti di Welton e dire: “Questi ragazzi, oggi, sono concime per i fiori.” Ma l’esperienza su quel set l’attore la amò più di qualsiasi altra e siamo certi che, a suo modo, sia riuscito, in 63 anni, a far risuonare il suo barbarico Yawp, a percorrere nel bosco la strada meno battuta e a succhiare il midollo della vita. E’ strano pensare che prima di lui, una volta arrivato Peter Weir, erano stati contattati prima Mel Gibson (che rifiutò perché voleva una paga più lauta) e poi Mickey Rourke   (che uscì di scena quando si accorse che le modifiche alla sceneggiatura che aveva proposto non sarebbero mai e poi mai state apportate). Chissà come sarebbe cambiato il bizzarro professore nelle loro mani.

Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.

Ne  L’attimo fuggente, a vincere è la società che sopprime il desiderio di autorealizzazione, e la trasgressione viene punita.

John Keating : Succhiare il midollo della vita, non significa strozzarsi con l’osso. C’è un tempo per il coraggio e un tempo per la cautela, e il vero uomo sa come distinguerli.

In questo senso fuggenti sarebbero allora l’illusione della libertà e l’adolescenza come istante di infinite possibilità. Ma, a pensarci bene, la classe di Keating alla fine compie una piccola rivolta e, fuor di finzione, nei decenni successivi, le proteste si sono spinte molto oltre, organizzandosi in veri e propri movimenti, e nell’anno di uscita del film è stato abbattuto il muro di Berlino.

Ma se ascoltate con attenzione, li sentirete sussurrare il loro monito. Avanti, avvicinatevi. Ascoltate, lo sentite? ‐ Carpe ‐ sentito? ‐ Carpe, carpe diem, cogliete l’attimo ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita.

Sull’oggi non ci pronunciamo, non è campo nostro. Il nostro compito, adesso, è ricordare un film memorabile, e naturalmente invitare tutti a cogliere l’attimo e a rendere la propria vita straordinaria, magari animati da un sano spirito di gruppo, e quindi coltivando i rapporti con gli altri.

Fonti: www.cinefilos.it www.imdb.com www.ilpost.it

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