Evidenze scientifiche pongono il fumo passivo respirato durante l’infanzia nella lista dei fattori predisponenti i disturbi allergici, anche se non per tutti.

Le ricerche sui disturbi allergici e asmatici mostrano che essi sono in aumento, in tutto il mondo, a causa delle complesse interazioni fra i nostri geni e un ambiente in rapido mutamento, che modellano il sistema immunitario e la sua risposta. Le esposizioni ambientali, infatti, interagiscono con i fattori umani promuovendo lo sviluppo e la progressione delle malattie allergiche. I fattori più influenti sono la maggiore urbanizzazione (e quindi l’inquinamento atmosferico), il maggior tempo trascorso al chiuso, l’abuso di antibiotici, l’esposizione ad agenti infettivi e muffe, e il fumo passivo.

Chi è esposto al fumo passivo, specialmente in gravidanza e nell’infanzia, rischia di più rispetto a un bambino mai esposto di sviluppare bronchiti, dispnea e altri problemi respiratori. Il fumo passivo contiene più di 4000 sostanze, di cui alcune carcinogeniche, inalate dall’individuo passivo quasi come un fumatore attivo. Il 10% dei morti a causa del fumo erano fumatori passivi. C’è correlazione anche per i disturbi allergici? Svariati studi e metanalisi hanno cercato una risposta.

L’allergia in breve

L’allergia è un’ipersensibilità atipica a un antigene (sostanza ambientale riconosciuta dall’anticorpo corrispondente) normalmente innocuo, ma che nelle persone allergiche diventa allergene. Questo antigene stimola la produzione abnorme di immunoglobuline E (gli anticorpi deputati alla protezione dalle infezioni e dalle parassitosi, specialmente contro elminti e ossiuri). Durante la prima esposizione all’allergene, queste IgE si legano ai mastociti (cellule implicate nei processi di infiammazione) e lì restano, senza provocare sintomi, fino alla seconda esposizione, durante la quale i mastociti si degradano liberando istamina, mediatore responsabile della sintomatologia allergica (prurito, starnuti, lacrimazione, congestione nasale ecc.).

Vi sono anche altri tipi di ipersensibilità mediate da immunoglobuline G (o gammaglobuline, gli anticorpi del sangue) che attaccano antigeni cellulari sanguigni (es: reazione da trasfusione, anemia emolitica del neonato) o solubili (malattie autoimmuni).

Non si conoscono ancora nel profondo le motivazioni dell’insorgenza dei disturbi allergici in una consistente fetta di popolazione. Si suppone che tale meccanismo, efficiente nella difesa dai parassiti, abbia spostato il suo bersaglio laddove tali minacce sono minori. Una teoria sostiene che le allergie siano il sistema d’allarme nei confronti di pericoli naturali (veleno animale, piante ecc.), che induceva l’uomo a spostarsi in luoghi più sicuri. Si può dire che la probabilità di sviluppare allergie aumenta in questi casi (alcuni ipotetici):

  • familiarità: con entrambi i genitori allergici la probabilità di diventarlo sale al 50%; non si tratta di ereditarietà diretta ma di predisposizione eventualmente attivata da fattori ambientali;
  • eccessiva igiene, che ridurrebbe i contatti con gli antigeni nelle prime fasi di vita, rendendo difficile il loro riconoscimento da parte dell’organismo;
  • esposizione, durante i primi mesi di vita, ad alcuni agenti (fumo? sostanze sintetiche?) che perturbano le capacità dell’organismo di distinguere gli antigeni.

Le terapie sono di diverso tipo e non sempre risolutive:

  • immunoterapia o terapia iposensibilizzante (“vaccino”): vengono somministrate sottopelle (o a livello sublinguale) piccole dosi ripetute di antigene purificato, in modo da rendere tollerante il sistema immunitario. Si utilizzano in presenza di allergie respiratorie;
  • antistaminici (cetirizina, loratadina): impediscono all’istamina di legarsi ai mastociti. Gli antistaminici moderni sono più selettivi e non influiscono sui recettori cerebrali come quelli di prima generazione, che provocavano sonnolenza;
  • cromoni: il sodio cromoglicato (derivato dalla pianta Ammi visnaga) stabilizza le membrane dei mastociti bloccando a monte la produzione di mediatori che amplificano la risposta. Per essere efficace va però assunto prima dell’esposizione, in applicazioni locali (collirio, spray, areosol);
  • corticosteroidi: utilizzabili in associazione (spesso in formulazioni locali), riducono la risposta infiammatoria agendo in poco tempo;
  • terapia con antiIgE: bloccano le Ig circolanti impedendo loro di legarsi ai mastociti e formando piccoli immunocomplessi facilmente eliminabili. Appartengono a questa categoria gli anticorpi monoclonali, efficaci sull’asma ma molto costosi.
  • terapie “naturali”: si basano sull’utilizzo di rimedi erboristici; sono meno efficaci rispetto alle altre terapie e possono attenuare la sintomatologia di fenomeni allergici non gravi. Attenzione alle interazioni, soprattutto con anticoagulanti. I rimedi di cui è presente documentazione sono Boswellia (la pianta dell’incenso), Liquirizia, Gingko biloba (nell’asma), Ribes nero (di cui si utilizza il gemmoderivato, ma gli studi sono fatti sull’olio estratto dai semi), Perilla frutescens (pianta asiatica di cui si utilizzano vari estratti).

Correlazione tra fumo e allergie: le ricerche

Questo studio effettuato in Brasile mostra come l’esposizione al fumo attivo e passivo durante infanzia e adolescenza (anche se non associato ad altri fattori di rischio, come l’inquinamento domestico dovuto alla combustione della legna) abbia provocato, in una percentuale significativa di soggetti esaminati, l’insorgenza di asma grave. Spesso in queste persone l’asma è trattabile con difficoltà, e le funzioni polmonari compromesse.

Altri studi e metanalisi danno risultati controversi su tale correlazione (per approfondire: Esposizione a fumo di sigaretta nel bambino e allergia: cosa sappiamo?). In alcuni addirittura la correlazione pare invertita: gli adulti fumatori attivi presentano minor sensibilizzazione allergica rispetto ai non-fumatori. In questo caso però non si tiene conto dei molti soggetti allergici che rifiutano di fumare per non stare peggio, cosa che incrementa in maniera sostanziale la presenza di persone allergiche nel gruppo che si supporrebbe più sano.

Altri studi, sempre su adulti, mostrano che dopo 8 anni di fumo non c’è un significativo aumento di sensibilizzazione e atopia. La correlazione, infatti, non è riscontrabile negli adulti fumatori, ma in quei soggetti che da bambini sono stati esposti al fumo.

Una metanalisi effettuata nel 1998 non riscontrava alcuna correlazione tra fumo passivo e sviluppo di patologie allergiche, ma gli studi considerati erano troppo eterogenei e con frequenti limiti metodologici.

Altri studi sono stati effettuati in seguito, con conclusioni simili. Essi presentavano però alcuni limiti: ridotta ampiezza del campione, valutazione tramite questionario (senza esami clinici), età troppo alta dei soggetti reclutati (i danni dell’esposizione avvengono perlopiù nel periodo perinatale o nella prima infanzia), dati ottenuti sulla base di ricordi, indagini biologiche effettuate su tipi di estratti diversi nei due momenti di prelievo, oppure non sulla totalità del campione.

Anche gli studi che individuano una correlazione fumo-allergia possono presentare gli stessi limiti (ampiezza del campione, età ecc.), ma i migliori evidenziano:

  • significativo aumento del rischio di sviluppare allergie in soggetti con uno o entrambi i genitori allergici
  • significativo aumento del rischio nei soggetti in cui l’esposizione è avvenuta sin dai primi mesi di vita
  • aumento del rischio in maniera proporzionale al numero dei fumatori in casa e delle sigarette fumate (più di dieci al giorno fumate da entrambi i genitori assicurano un rischio maggiore)
  • in uno studio tedesco, aumento del rischio di allergia alimentare (non respiratoria) per i soggetti esposti al fumo durante lo svezzamento, periodo in cui l’organismo si prepara al riconoscimento delle varie sostanze alimentari.
allergia agli acari
l’allergia agli acari della polvere è la più rappresentativa nei soggetti che hanno subito esposizione al fumo da piccoli

Quindi, secondo questi studi l’aumentato rischio di sensibilizzazione avverrebbe solo nei soggetti con familiarità ai disturbi allergici e solo con esposizione costante e regolare al fumo durante la gravidanza e i primi mesi di vita. Questa sensibilizzazione si esplica nei confronti degli allergeni con cui il bambino è in contatto in questo periodo: acari, alimenti ed eventualmente epitelio di gatto.

Meccanismo della correlazione

Il fumo passivo agisce mediante un meccanismo di sensibilizzazione atopica.

In gravidanza, il fumo incrementa i livelli di IgE (le immunoglobuline deputate alla protezione dalle infezioni) nel sangue della placenta e del cordone ombelicale: queste sono prodotte dal feto e non trasmesse dalla madre, in quanto le IgE materne non sono in grado di oltrepassare la placenta.

Tale incremento si individua anche nei soggetti fumatori adulti, ed è probabilmente causato da uno di questi fenomeni o da una concomitanza:

  • uno sbilanciamento verso l’immunità da immunoglobuline (quella antigene-specifica) a scapito dell’immunità da fagociti (che produce la risposta infiammatoria aspecifica).
  • alterazione dei globuli bianchi eosinofili (in bambini di due anni sottoposti a fumo passivo in periodo pre- e post-natale, si individua un aumento di una proteina eosinofilica)
  • aumento della permeabilità della mucosa respiratoria dovuta a meccanismi di degradazione delle cellule dell’epitelio. In questo caso una maggiore quantità di allergeni attraverserebbe la mucosa inasprendo preesistenti sintomi allergici o respiratori.
  • stimolazione della produzione di mediatori dell’infiammazione (alcune interleuchine).

Altri studi invece puntano l’attenzione sulla ben nota attività inibente il sistema immunitario, che parrebbe in contrasto con la stimolazione allergica. Questo spiega la minore incidenza, nei fumatori, di polmoniti da ipersensibilità. Probabilmente l’effetto globale è dovuto alla sommatoria di tutti questi fattori, con prevalenza di una parte nei confronti di un’altra a seconda del soggetto, dell’età, delle predisposizioni e dell’ambiente.

Proteggiamo i bambini e i non-fumatori

Ovviamente il fumo passivo non è l’unico imputato nell’insorgenza di disturbi respiratori, asmatici e allergici, e quindi non è l’unico da demonizzare. Ma la sua pericolosità a tutto tondo (non soltanto a livello di allergia) lo rende un fattore di rischio da non prendere sotto gamba.

E invece è proprio quello che fanno alcuni genitori, che prendono alla leggera i danni del tabacco, fumando sia durante la gestazione che davanti al bambino piccolo. Per fortuna la mentalità è cambiata in meglio, ma ancora oggi è possibile vedere per strada qualche genitore che fuma con il figlio in braccio.

Chi non riesce a smettere di fumare può comunque fare molto per preservare i propri figli dall’esposizione al fumo. Ad esempio, può limitarsi a fumare in loro assenza, oppure chiudersi in una stanza, uscire in balcone o di casa.

A prescindere dalla correlazione con l’insorgenza di allergie, è il caso di esporre i propri figli e chi non fuma agli innumerevoli problemi di salute causati dalla sigaretta?

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