Nella storia umana a volte incontriamo persone in grado di realizzare i propri sogni malgrado la vita remi contro in ogni modo. Non sono molte, ma a loro ci si ispira nei momenti critici dell’esistenza.

Una di queste personalità fu l’afroamericano George Washington Carver.

George era figlio di schiavi neri, nato proprio durante il primo processo di emancipazione, nel 1864. L’anno prima, infatti, Abraham Lincoln aveva pronunciato la Dichiarazione di Liberazione degli schiavi nei territori della Confederazione sudista; nel 1865 seguì l’abolizione costituzionale della schiavitù in tutto il Paese.

George era nato appunto in uno degli Stati annessi alla Confederazione Sudista: il Missouri. Il cognome, Carver, era in realtà acquisito dal proprietario Moses Carver, mentre il secondo nome, Washington, fu inventato da egli stesso per distinguersi da un altro George Carver delle vicinanze, a cui spesso veniva per sbaglio recapitata la sua posta (che consisteva nel suo materiale di studio).

Il proprietario, un agricoltore benestante, era diverso dal classico padrone schiavista e lo adottò dopo averlo riscattato, scambiandolo con un cavallo da corsa, da una banda di predoni che lo rapì neonato.

I Carver gli impartirono una rudimentale istruzione (tramite un vecchio libro di grammatica che divorò, imparando subito a leggere e scrivere), e gli permisero di dar sfogo alle sue passioni: la pittura, la musica e la botanica. George infatti non solo imparò dai suoi adottanti a coltivare la terra, ma si innamorò letteralmente delle piante. Durante le sue incursioni nei boschi circostanti, raccoglieva fiori e vegetali interessanti che poi ripiantava nel giardino della fattoria. A soli dieci anni, era in grado di far crescere qualsiasi cosa, e il suo giardino era così florido da attirare l’attenzione dell’intera contea. I contadini iniziarono a portare qualche pianta malata in modo che la facesse ristabilire. Lui stesso, ripensando a quel periodo, si appellava “il dottore delle piante”.

La sua sete di sapere lo spinse però a desiderare un’educazione scolastica vera e propria. Così, con il consenso dei Carver (ma senza alcun aiuto economico), a nemmeno undici anni decise di partire da solo per raggiungere la piccola scuola rurale della città più vicina, che distava ben 15 chilometri. Si mise in viaggio a piedi, con qualcosa da mangiare in tasca e forse nemmeno uno spicciolo, e dopo qualche giorno di cammino raggiunse la città e si adoperò come poteva per sopravvivere, dormendo in un fienile abbandonato e accettando qualsiasi lavoro.

In quelle condizioni, e in totale solitudine, riuscì a frequentare con profitto la scalcinata scuola della cittadina, una semplice capanna con un unico maestro, per giunta poco preparato. Dopo un anno George aveva appreso quanto possibile, e aveva maturato definitivamente il suo sogno di diventare un “esperto di piante”. Cominciò dunque a viaggiare fra gli Stati del Sud, facendo qualsiasi tipo di lavoro e riuscendo perfino a completare la sua istruzione secondaria.

E giunse il momento di pensare all’Università

Ma purtroppo, nel 1890, l’Università era bandita ai neri. Nessuno di loro era mai riuscito ad accedervi. Anche stavolta, però, l’ormai venticinquenne George non si diede per vinto e inviò una richiesta di ammissione a un istituto in Iowa. Il quale, sorprendentemente, lo accettò.

Carver spese tutti i suoi risparmi nel viaggio per raggiungere la scuola… per scoprire che gli impiegati non si erano accorti del colore della pelle ben specificato nella domanda. Alla delusione per l’imprevisto, però, Carver non si rassegnò. In fondo sapeva già che avrebbe dovuto lottare un bel po’. Inviò richieste ad altri istituti finché finalmente qualcuno rispose positivamente: un college artistico. Benché non fosse proprio adatto al percorso che Carver aveva in mente, in un anno racimolò il denaro sufficiente per iscriversi mediante i lavori più disparati (lavandaio, stalliere, pulitore di tappeti, cuoco ecc.), e tenendo per sé soltanto pochi centesimi, sufficienti per mangiare per una settimana. Dopodiché riuscì a trasferirsi in un altro college più scientifico, dove nel 1894 si laureò in agraria.

Era il primo laureato di colore negli Stati Uniti.

Durante gli anni del master, Carver lavorò come assistente botanico del professor Wilson (che poi divenne ministro dell’agricoltura). Nel 1897 in Alabama venne promossa una scuola agricola e stazione sperimentale per ex-schiavi neri (diventati contadini bisognosi di istruzione) presso il Tuskegee Institute, e George Carver fu invitato fra i docenti, invito al quale rispose con orgoglio e a cui attribuì un significato importante riguardante l’emancipazione del suo popolo.

Fu sua l’idea di una “cattedra ambulante” che si spostava da una fattoria all’altra: un carro trainato da cavalli e guarnito dell’attrezzatura utile per compiere dimostrazioni educative sulla coltivazione, a beneficio dei contadini neri del circondario, ma anche dei bianchi. Tali lezioni riguardavano innovazioni, risoluzioni dei problemi più comuni ed errori da evitare, e introdussero l’agricoltura di precisione, che aveva lo scopo di prevenire sia eccessi di produzione che carenze.

Arachidi e cotone

In quel tempo uno dei problemi che analizzò a fondo fu il depauperamento del terreno causato dalla monosuccessione del cotone. La coltura del cotone infatti veniva coltivata in maniera intensiva sul medesimo terreno, che alla lunga, impoverendosi, garantiva raccolti inferiori causando il dissesto economico a danno delle famiglie.

Scoprì che l’arachide, una leguminosa di origine sudamericana adatta al clima dell’Alabama, poteva essere essere avvicendata al cotone per migliorare le condizioni del suolo. Le leguminose, infatti, sono dotate di micorrize: piccole simbiosi a livello radicale con microrganismi in grado di fissare l’azoto atmosferico rendendolo biodisponibile. Inoltre l’apparato radicale di queste piante è in grado di approfondirsi quanto basta per “lavorare” e ristrutturare il terreno anche dal punto di vista fisico. Un terreno troppo compatto sfavorisce la crescita dell’apparato radicale.

arachidi

La sperimentazione di avvicendamenti cotone-arachide produsse risultati straordinari: la coltura del cotone divenne molto più produttiva. L’effetto collaterale fu però la sovrapproduzione di arachidi, allora utilizzate solo come mangime per gli animali.

Carver però aveva la soluzione anche a questo. Nel suo laboratorio ideò o sviluppò centinaia di utilizzi diversi per gli estratti dell’arachide e le varie parti della pianta (fusto, foglie ecc.).

Si va da quelli di ambito tecnologico, ancora attuali (adesivo, smacchiante, combustibile, inchiostro, linoleum, detersivo per metalli, carta, succedaneo della plastica, lucido da scarpe, gomma sintetica, solvente, diluente, isolante, resina, fertilizzante), a quelli cosmetici (brillantina, creme, shampoo, saponi, crema da barba, talco); ma sono gli usi alimentari i più emblematici.

L’uso dell’arachide come materia prima venne infatti implementato per olio, salse, caffè solubile, maionese, latte, formaggio e per il famoso burro di arachidi (già brevettato nel 1884 da un chimico canadese), che da quel momento diventerà il simbolo dell’alimentazione americana.

Questa creatività venne sfruttata anche a beneficio di altre colture poco commercializzabili: patate dolci, soia, noci pecan e un ortaggio che ai tempi era ancora considerato non commestibile, il pomodoro. George Carver divulgò attraverso la comunità centinaia di ricette e suggerimenti d’uso di ogni pianta. L’arachide passò quindi da pianta minore a coltura di grande interesse economico, che fruttava milioni di dollari agli Stati del Sud.

Nel frattempo Carver istituì una fondazione di ricerca agricola, alla quale devolveva quasi tutto il suo stipendio e i proventi delle uniche tre invenzioni che decise di brevettare, continuando a vivere in maniera frugale. Rifiutò perfino le allettanti proposte economiche di Thomas Edison, che lo volle come suo assistente. Questo perché, sosteneva, non aveva creato lui l’arachide, quindi non vedeva perché approfittarsi di quella pianta. “Dio non ci ha mica presentato il conto, quando ha creato le noccioline” soleva dire.

Carver morì il 5 gennaio del 1943, alla veneranda età di 80 anni. Riconosciuto come scienziato di grande fama, il suo luogo di nascita divenne monumento nazionale (privilegio accordato fino a quel momento soltanto a Washington e Lincoln), è entrato a far parte della Hall of Fame di New York e a lui e alla ricerca in ambito agricolo è dedicato il “George Washington Carver Recognition Day”, il 5 gennaio.

Qual era il suo segreto?

Sicuramente il supporto di una famiglia affettuosa, seppur non biologica, ha costituito una condizione facilitante, accrescendo in lui l’autostima e la resilienza nei confronti delle asperità. Il fatto che abbia dovuto mettere in campo queste doti da giovanissimo, privo di sostegno economico, ne ha temprato il carattere e lo ha reso immune alle conseguenze psicologiche delle delusioni collezionate. L’interesse per le piante, che nelle sue mani si rimettevano in salute, deve averlo dotato di una sensibilità nuova, che l’ha reso capace di occuparsi delle sorti del suo popolo e di privarsi di ogni ricchezza per dedicarsi al suo amore: la ricerca scientifica.

Mancuso, Stefano, Uomini che amano le piante, 2014, Giunti editore

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