Un uomo pallido e provato è convalescente nel letto di un ospedale di guerra. Tira fuori un quaderno e, usando una calligrafia molto elaborata, scrive sulla copertina: Tuor e gli esuli di Gondolin. Poi si ferma, riflette un po’, fa un sospiro fra i denti chiusi sulla pipa, borbottando. Basterebbe quest’immagine per riassumere molte cose: siamo nel 1917 e la Prima Guerra Mondiale è al suo culmine. L’uomo è J.R.R. Tolkien e quel quaderno è l’origine delle leggende che troveranno forma compiuta nel Signore degli Anelli. Appartenente alla leva del 1892, lo scrittore inglese venne catapultato nel marasma della Grande Guerra insieme a tutti i suoi amici. La maggior parte di loro non sopravvisse al conflitto e forse è proprio per questo che il sopravvissuto Tolkien si sentì autorizzato a perseguire quel disegno d’epica della modernità che farà nascere il suo capolavoro.

Tolkien venne inviato sul fronte francese della Somme al confine con il Belgio nel giugno 1916, quando aveva dunque 24 anni, inquadrato nei Fucilieri del Lancashire, impegnato nelle comunicazioni tra le truppe in prima linea. Era fresco di laurea ad Oxford e di matrimonio. Ricorderà anni dopo: “Noi sottufficiali venivamo spazzati via, a decine al minuto”.

Nel centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, di cui fa parte anche la battaglia della Somme, nel fossato della Torre di Londra, dalla collaborazione tra l’artista inglese Paul Cummins  e lo scenografo Tom Piper ha preso forma l’installazione dal titolo “Blood Swept Lands and Seas of Red” (Il sangue coprì terre e mari di rosso). In ricordo dei 888.246 cittadini dell’ex Impero britannico morti nel corso della Grande Guerra – che tra il 1914 e il 1918 costò complessivamente la vita di oltre 37 milioni di militari e civili – Cummins ha realizzato altrettanti Remembrance Poppy , rossi papaveri del ricordo.

Ungaretti avrebbe descritto lo stesso stato d’animo con una delle sue poesie più belle, “Soldati”; Tolkien si rifugiò nella poetica norrena ed eddica: Beowulf e le saghe nordeuropee.
Partecipò alla terribile battaglia che ebbe inizio l’1 luglio fino al 27 ottobre, quando si ammalò della «febbre delle trincee», venne ricoverato in ospedale e l’8 novembre tornò in patria.

Nemmeno quattro mesi, che tuttavia rimarranno impressi in modo indelebile nella sua memoria e incisero sulla sua immaginazione. Non solo sulla Somme erano morti due suoi carissimi amici e sodali, Geoffrey Bache Smith e Robert Gilson, mentre Christopher Wiseman sopravvisse alla guerra, ma quel che lì vide fu di certo trasfigurato in alcune parti del Signore degli Anelli, che inizialmente si sarebbe dovuto intitolare The War of the Ring, «La Guerra dell’Anello», il che appare significativo, dato che fa pensare alla sua giovanile e traumatica esperienza. Se si pensa poi alla descrizione di Mordor e della landa che Frodo e Sam attraversano faticosamente, molte similitudini possono venire in mente: l’aldilà oscuro e la terra dei morti della mitologia classica; le terre imputridite dall’inquinamento industriale contro il quale lo scrittore lanciava le sue invettive quando viveva a Oxford; e infine la «no man’s land» di fronte alle trincee inglesi e francesi che le divideva da quelle tedesche: crateri di bombe, fumi delle esplosioni, filo spinato, esalazioni di gas, pozze d’acqua infetta, cadaveri, ruderi di case sventrate dalle cannonate. Uno scenario apocalittico rimasto impresso nella mente e nel cuore, che si riverbera nella sua scrittura.

Tolkien giovane soldato


Sotto il riparo di tende di fortuna, spesso nel fango delle trincee nel bagliore delle luci da campo inizia a gettare i primi schizzi della cosmogonia del Silmarillion, della mitologia delle Terra di Mezzo, infine della descrizione della Contea, terra pacifica e serena dove tutti sognano di tornare
Come abbiamo visto, l’offensiva dura dal luglio al novembre del 1916: quattro mesi nel corso dei quali Tolkien partecipa al macello che furono la battaglia del Crinale di Thiepval, quella per la Ridotta di Schwaben e quella per la presa della trincea Regina. Nella sola prima giornata dell’Offensiva della Somma i morti britannici erano stati 19.240. Mai erano stati cosi’ tanti in un solo giorno di guerra prima di allora, mai lo sarebbero stati nemmeno in seguito. Alla fine delle operazioni i caduti dall’una e dall’altra parte avrebbero superato i 300.000: era l’Europa che si suicidava.

Saruman come metafora della guerra e del potere che logora.

Sfogliando il capolavoro di Tolkien sono chiare le idee che lo scrittore aveva sulla guerra. Si può leggere, ad esempio, il brano in cui Sam Gamgee vede un nemico morire davanti ai propri occhi:

«Era per Sam la prima immagine di una battaglia e non gli piacque… Avrebbe voluto sapere da dove veniva e come si chiamava quell’uomo, se era davvero d’animo malvagio, o se non erano state piuttosto menzogne e minacce a costringerlo ad una lunga marcia lontano da casa; se non avrebbe invece preferito restarsene lì in pace…».


Menzogne e lusinghe erano il pane quotidiano nell’Inghilterra del 1914, dove la propaganda militare martellava i giovani con campagne d’arruolamento fin dentro le università. Tolkien, studente a Oxford, venne anche criticato perché si arruolò soltanto dopo la laurea e il matrimonio, un anno dopo i suoi amici e colleghi. Fu una generazione intera che si arruolò avendo negli occhi le imprese dei cavalieri medievali e le conquiste dell’impero coloniale britannico. Fu una generazione intera che perì nelle trincee della Francia, sotto le bombe dell’artiglieria e i proiettili delle mitragliatrici: nella battaglia della Somme ci furono oltre 620mila vittime, 57mila solo nel primo giorno. Quel che la propaganda descriveva con toni trionfalistici era in realtà «un carnaio» in cui l’uomo soccombeva alla tecnologia e alle macchine. Tutto questo, come scriverà un amico del college a Tolkien, soltanto per «pochi acri di fango». Tolkien se ne rese subito conto, tanto da scrivere già mentre era al campo d’addestramento:

«Lo spreco della guerra, non solo materiale ma morale e spirituale è così sconcertante per quelli che devono subirlo. E lo è sempre stato (nonostante i poeti), e sempre lo sarà (nonostante la propaganda)…».

Penso che i miti e le leggende provengano per larga parte dalla verità.

Il dolore e lo strazio per la perdita degli amici più cari, il forzato distacco dalla sua amata Edith e il sentimento di disperata impotenza di fronte all’avvento delle nuove macchine da guerra, sono i fattori che segnano maggiormente il nascere e il definirsi dell’intero legendarium di Tolkien. Al fronte, lo scrittore vide la morte in faccia in almeno due occasioni: all’inizio della campagna della Somme, in un attacco notturno a un villaggio presidiato dai tedeschi, e in un freddo giorno d’autunno nella conquista di una trincea nemica. Fu testimone di tutti gli orrori della “morte meccanizzata”: ripetitiva, scientifica, impersonale e tuttavia sempre presente e imprevedibile. I soldati camminavano faticosamente nel fango, vivevano in trincee sporche e infette, in balia dei capricci del tempo, aspettando ordini a volte inutili o attacchi suicidi.

Nel 1916 Tolkien si ammalò come molti suoi compagni e fu rimpatriato, con la testa piena di quelle tragiche immagini che sarebbero riemerse più di venti anni dopo nel suo capolavoro. In ospedale, Tolkien scrisse la Caduta di Gondolin, l’ossessionante epica della città che viene distrutta da un attacco a sorpresa di un esercito nemico. Il meglio e il peggio dell’esperienza bellica dello scrittore è incarnato dai brutali globin che attaccano e dagli elfi che si difendono strenuamente contro ogni speranza.

Gli Hobbit vivono e coltivano i quattro Decumani della Contea da molte centinaia di anni, contenti di ignorare ed essere ignorati dal mondo della Gente Alta. Dopotutto, poiché la Terra di Mezzo è piena di innumerevoli strane creature, gli Hobbit devono sembrare di scarsa importanza, non essendo né rinomati come valorosi guerrieri, né considerati tra i più saggi. In effetti, alcuni hanno osservato che l’unica vera passione degli Hobbit è il cibo. Un’osservazione abbastanza ingiusta, visto che abbiamo anche sviluppato un profondo interesse nella preparazione della birra e nel fumare l’Erba-pipa. Ma lì dove il nostro cuore veramente palpita, è la tranquilla, silenziosa, buona terra coltivata, perché tutti gli Hobbit hanno amore per le cose che crescono. Eh, sì, senza dubbio agli altri i nostri modi appaiono pittoreschi… Ma oggi più che mai sono fermamente convinto che non è una brutta cosa festeggiare una vita semplice.

Il Signore degli Anelli riflette l’atmosfera scura e la tensione narrativa, ma ha toni anche vivaci perché descrive la Terra di Mezzo – il nostro mondo in un’era pre-storica. Gli uomini comuni, i borghesi inglesi e più specificamente, i manovali e gli operai che formavano lo scheletro del battaglione di Tolkien, l’11° Fucilieri del Lancashire, sono transfigurati nei romanzi nella figura dell’Hobbit, mezzo uomo e amante del privato, della birra e delle feste, costretto ad affrontare prove più grandi di lui perché altrimenti anche la sua amata Contea sarà spazzata via da una furia che prima o poi arriverà. L’Hobbit è per eccellenza l’antieroe, l’uomo riuscito anche fisicamente a metà in un’epoca in cui sono considerati veri uomini solamente gli eroi e gli arditi. Frodo Baggins e Samwise Gamgee sono figure quasi fuori luogo, del tutto inferiori all’impresa cui sono chiamate: sono la raffigurazione di quelle centinaia di migliaia di persone normali che si trovarono costrette a buttarsi sul filo spinato o sotto il fuoco della mitraglia per conquistare pochi metri di terreno. Nella figura di Sam si può anche scorgere quella dell’attendente (il “bateman”), il soldato che si occupava dei problemi pratici di un ufficiale dell’esercito britannico. Tra i due si instaurava un rapporto d’amicizia profondo, simile a quello che si crea nel libro tra Sam e Frodo.


A riguardo, anche dopo la Seconda Guerra Mondiale (il Signore degli Anelli viene pubblicato nel 1953), Tolkien è categorico: l’Hobbit è “il riflesso del soldato britannico”, vittima della guerra e del motore che l’ha scatenata: la volontà di potenza. Questa, insieme alla nostalgia, è una delle grandi tematiche del libro. E’ la volontà di potenza che muove Sauron, il Male che minaccia tutta la Terra di Mezzo. L’Anello che la racchiude rende schiavi, a cominciare dalla figura disperata di Gollum. E lo stesso Frodo, alla fine, vi cede anche se solo in parte: come tutte le abiezioni, si tratta di un male più contagioso della febbre da trincea.


Molto di quello che Tolkien vide nelle trincee si ritrova nelle immagini del Signore degli Anelli: nei visi bellissimi e putrefatti che affiorano dalle putrescenti Paludi Morte; nell’urlo di Merry quando si aggrappa disperatamente al suo nemico per poi piantagli un pugnale nel ginocchio; in Frodo e Sam accucciati in un cratere nel terreno, mentre tutto erutta intorno a loro e si domandano se è la fine; nello stupore e al tempo stesso terrore con cui Sam vede per la prima volta l’Olifante, grande come un edificio, precipitarsi giù da una collina; e infine nelle schiere degli elfi del Martello d’Ira, che combattevano con grandi mazze e scudi pesanti, sterminate fino all’ultimo dopo essere rimaste isolate tra i nemici. Questa è la Grande Guerra, non romanzata in maniera tragica ma interiorizzata come amara esperienza personale. L’opera di Tolkien quindi riflette decisamente l’impatto della guerra; inoltre, la sua voce dissidente esprime aspetti dell’esperienza di guerra che i suoi contemporanei hanno tralasciato.

Le paludi morte sono una delle scene più potenti e impressionanti sia del film che del libro.

In ultima analisi, i miti di Tolkien ci dicono un’altra verità sulla guerra: i soldati in quell’immenso orrore erano qualcosa di più che vittime passive. Erano persone reali, renitenti, terrorizzate, codarde e brutali. Ma talvolta anche eroiche.

Voglio mettere qui la scena, a mio parere, più significativa della trilogia in relazione a quanto scritto in questo articolo. I quattro Hobbit ben rappresentano lo spaesamento che vive il reduce di guerra una volta tornato a casa. Gli sguardi che i quattro amici si scambiano simboleggiano un vissuto tra orrori e brutture che solo loro possono conoscere e ricordare. Esattamente come i veri soldati al ritorno dal fronte della Somme.

Fonte: www.ilgiornale.it www.endore.it www.agi.it Commenti e contenuti speciali della Trilogia dell’anello di Peter Jackson.

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