Nel cinquantenario dello sbarco sulla Luna, i campioni di roccia raccolti durante le esplorazioni lunari verranno analizzati con l’aiuto delle moderne tecnologie.

Esattamente mezzo secolo dopo il primo allunaggio, la NASA decide di far analizzare i frammenti minerali recuperati e portati sulla Terra dalle missioni Apollo. Il tempismo è soltanto una coincidenza, ma comunque un’ottima occasione per celebrare l’anniversario.

I frammenti vennero prima fotografati in loco, poi imbustati all’interno di involucri plastici e, durante il viaggio di ritorno del veicolo, inseriti in contenitori anti-contaminazione. Sono custoditi presso il deposito e laboratorio Lunar Samples del Johnson Space Center, il complesso di strutture di Houston dove si preparano gli astronauti e si controllano le missioni. Il Centro fu edificato nel 1963, mentre il laboratorio fu inaugurato nel 1979, per ospitare i campioni geologici extraterrestri, compresi quelli provenienti dalle sei missioni lunari con equipaggio umano dal 1969 al 1972, di cui le ultime tre (Apollo 15,16 e 17) effettuate con lunar rover che permettevano di raccogliere campioni in un raggio più ampio. Quasi quattrocento chili di roccia, polvere e ciottoli (di cui 22 dalla missione Apollo 11, 110 da Apollo 17) sono conservati in atmosfera modificata (con prevalenza di azoto) dietro porte blindate e vetrate protettive, in un ambiente controllato quasi fantascientifico (aria filtrata, materiali studiati per evitare la contaminazione, abbigliamento sterile, campioni maneggiati tramite speciali guanti multistratificati), per un totale di 2200 campioni catalogati singolarmente. Oltre a questi, altri 300 grammi di materiale provengono dalle missioni russe effettuate con veicoli spaziali automatici.

Probabilmente il frammento più famoso è la “pietra della genesi” (Genesis Rock), così chiamata per via della sua origine antica, che risale ai primordi del Sistema Solare, quattro miliardi di anni fa. All’inizio si riteneva una delle prime rocce della luna, poi si scoprì che la sua formazione avvenne dopo la solidificazione della crosta lunare. Fu raccolta da James Irwin durante la missione Apollo 15, nel 1971. Si tratta di anortosite, un tipo di roccia di origine magmatica costituita per lo più da feldspato (minerale composto da silicati d’alluminio e altri ioni), e si presenta come una pietra di una decina di cm di larghezza e di aspetto grigio-biancastro.

Big Muley è, invece, il campione più voluminoso. Quasi 12 kg di roccia prelevati durante la missione Apollo 16 del 1972 presso un cratere sull’Altopiano Cartesio. La composizione è un conglomerato di frammenti di anartosite cementati a rocce di fusione. In alcuni punti diverse sfumature di colore evidenziano questo dimorfismo. Fu così appellato in onore del capo-geologo Bill Muehlberger, incaricato dell’analisi dei reperti lunari. Probabilmente espulso dal sottosuolo durante l’impatto di un meteorite avvenuto all’incirca 1,8 miliardi di anni fa, si stima possa avere circa 3,97 miliardi di anni.

La contemplazione di tali meraviglie è privilegio di pochi; ma alcuni progetti riescono a portare qualcuno dei frammenti in giro per il mondo, come nel caso del tour Tiportolaluna, organizzato dal giornalista e storico del Programma Apollo Luigi Pizzimenti. Nel 2017, grazie a lui, un campione raccolto da Irwin durante Apollo 15 venne ammirato in più parti d’Italia. Si trattava di un basalto lunare di circa 3,3 miliardi di anni (un’età che supera quella della quasi totalità delle rocce terrestri), conservato all’interno di una resina da maneggiare esclusivamente muniti di guanti per evitare di opacizzarla tramite l’acidità della pelle. Il frammento doveva essere “scortato” e trasportato in custodia apposita, e ogni movimento doveva essere studiato per evitare furti e smarrimenti.

Il curatore del laboratorio, Ryan Zeigler, dovrà predisporre per gli scienziati i migliori campioni a partire dai frammenti ancora sigillati, garantendone una conservazione scevra da contaminazioni. Il compito non così semplice come può apparire, dal momento che alcuni di essi sono stati confezionati sottovuoto sulla Luna e mai aperti, oppure congelati, oppure ancora conservati con elio appena dopo l’ammaraggio.

Già negli anni Settanta si era deciso di posticipare le analisi a tempi migliori: oggi, finalmente, siamo in grado di esaminare quantitativi infinitesimali di roccia, impossibili ai tempi.

Ora siamo pronti per tornare sulla Luna nel 2024?

Il blog di Luigi Pizzimenti

Big Muley – descrizione

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