Il progetto Joint International Astrobiology, varato da un team di ricerca australiano, si propone di studiare gli effetti della microgravità sulle cellule cancerose.

Si tratta di una ricerca biologica cellulare che verrà condotta sulla ISS (Stazione Spaziale Internazionale) durante i primi mesi del 2020, in collaborazione con Harvard e il MIT (Massachussets Institute of Technology).

Questa ricerca è stata sviluppata dal team del professor Joshua Chou, nei laboratori dell’University of Technology di Sidney, dove si è studiato l’effetto della microgravità sulla biologia delle cellule ossee e tumorali. In tali condizioni si è rilevata un’inibizione della crescita di alcune masse tumorali in vitro (carcinoma mammarico, ovarico e polmonare, tre fra i tumori più aggressivi) in 24 ore di esposizione. In alcuni casi si è arrivati alla morte dell’80-90% delle cellule. Il meccanismo per cui questo avviene non è ancora stato chiarito a fondo, ma si ritiene che la microgravità inibisca la capacità di comunicazione fra le cellule, compromettendone il movimento e la sopravvivenza. Il tutto avviene anche in assenza di trattamento farmacologico.

Secondo Chou, nonostante ogni tumore sia diverso dall’altro (e da ciò dipende sia la diversa risposta di ognuno di essi alle terapie, sia la quasi impossibilità di sviluppare una cura universale), esisterebbe una base in comune su cui la microgravità può espletare la sua azione benefica.

Questo studio è stato possibile grazie a un innovativo dispositivo tecnologico che simula l’ambiente spaziale e la gravità di alcuni pianeti, costituito da una capsula con un elemento rotante. Le analisi a 24 ore di esposizione mostrano un effettivo calo di densità in colture di osteoblasti (cellule deputate all’elaborazione della matrice ossea) e carcinogeniche.

la stazione spaziale internazionale

Lo scopo della missione di ricerca spaziale, la prima a cui parteciperà l’Australia, è capire come il complesso ambiente spaziale possa influire sulle nostre problematiche di tipo medico, nella speranza di elaborare diagnosi e trattamenti che possano migliorare le terapie già in uso. Questo non significa necessariamente che un giorno i pazienti oncologici possano essere inviati nello spazio, ma, se lo studio dovesse essere confermato, si potrebbero implementare le odierne terapie oppure semplicemente carpire nuove informazioni sulla biologia del tumore, per esempio la presenza di recettori universali su cui agire.

Anche se già sono stati inviati nello spazio alcuni tessuti umani per studiare l’invecchiamento cellulare in microgravità, la ricerca biologica in ambiente spaziale è ancora agli inizi: per questo il team australiano ha dovuto progettare alcuni elementi tecnologici praticamente da zero.

Si tratta di un modulo completamente automatizzato costituito da un chip spaziale fabbricato tramite stampa microfluidica 3D e un mini microscopio fluorescente, che consente per la prima volta in assoluto di visualizzare e registrare dal vivo la risposta cellulare. In questo modulo verranno caricate le colture cellulari che rimarranno sulla Stazione Spaziale per 28 giorni, per poi tornare sulla Terra ed essere rianalizzate nei laboratori universitari.

Sembra una ricerca ambiziosa e quasi fantascientifica, ma i ricercatori parlano di risvolti promettenti e hanno avviato una campagna di raccolta fondi per perfezionare la parte tecnologica della missione.

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