Camminavo con mia mamma alla Stazione Centrale di Milano. A un certo punto incontriamo un gruppo di colleghi in pausa pranzo, tra cui una ragazza con una borsa favolosa. Subito mi avvicino a mia mamma per dirle quanto mi piacesse quella borsa e che poco prima l’avevo già adocchiata in una vetrina.
Nell’oltrepassare il gruppo, mia mamma dà un occhio alla borsa ma principalmente si concentra sul racconto della ragazza: nel giro di pochissimo tempo l’accessorio è passato totalmente in secondo piano e il fulcro del discorso diviene il linguaggio molto “colorito” della giovane. Non scorderò mai le parole di mia mamma che afferma quanto l’aspetto di quella bella ragazza fosse stato rovinato da un così pesante turpiloquio. 
La borsa, ovviamente, non l’ho più comprata.  
Oggigiorno, la parolaccia è diventata di uso comune, in televisione, nelle canzoni, in un discorso tra persone, lei è sempre presente e, non solo, i termini volgari escono anche con troppa facilità dalla bocca dei più piccoli. A riguardo, ho anche il ricordo della ramanzina di mio padre dopo avermi sentito dire, da piccolina, “scema” a una delle mie sorelle.
Sono cresciuta in una famiglia dove difficilmente sentivo pronunciare certi termini quindi posso anche definirmi disabituata, però credo che oggi si stia veramente oltrepassando il limite. Non voglio fare la moralista anzi, ma solo dare un input o far riflettere su quanto l’uso del turpiloquio possa essere inadeguato o possa modificare l’andamento di un discorso o di un litigio.
Si pensi a due persone che stanno discutendo: quante volte uno dei litiganti identifica l’altro come avente “la testa dell’organo riproduttore maschile”? Non capisco perché si usi quest’insulto dato che si parla dell’organo che permette all’uomo di portare avanti la specie umana. Avrei anche da ridire sull’alternativa più fine, ossia “testa di cavolo”, dato che si tratta di una verdura che fa bene alla salute; si immagini però l’altra persona con un cavolo al posto della testa…
Perché insultare qualcuno dandogli del “water”? Di recente ho avuto problemi con lo sciacquone del bagno di casa. Il mio compagno è stato così paziente da aiutarmi a sistemarlo, ma soprattutto a spiegarmi ripetute volte il meccanismo che c’è dietro al pulsante che fa attivare lo scarico: un gioco semplice e geniale tra acqua, sifone e galleggiante, che purtroppo o per fortuna ho potuto comprendere solo adesso a distanza di anni dal caro Liceo Scientifico, le cui reminiscenze sono pressoché inesistenti. Comunque, è bene ricordarsi che per quanto il water raccolga escrementi, il suo funzionamento è frutto di un meccanismo degno di nota! Dare del “water” a una persona potrebbe essere quindi un complimento.

Studio tecnico figurato della cassetta di scarico del water by Stefano


Se poi in una discussione non si riesce a non definire l’altra persona come un “sacco di feci” è possibile stemperare il clima di tensione dicendo “sacco di pupù”; stessa cosa vale per il fondoschiena: perché non parlare del “popò” del ragazzo o della ragazza che hanno appena fatto la sfilata per le vie del centro città con un paio di jeans super attillati e all’ultima moda? Sono termini che usano i bambini e proprio per questo sono così simpatici ed innocenti adatti per essere usati in situazioni di diverbi, magari calmano le acque e fanno fare una risata. 
Basta mandare le persone in quel “particolare posto”, piuttosto mandatele semplicemente a “quel paese” dove, peraltro, possono, qualora non lo conoscessero, scoprire un luogo nuovo e magari anche calmarsi, schiarirsi le idee o più semplicemente farsi un viaggio mentale in un mondo proprio.
Bisognerebbe anche smetterla di insultare “le mamme”. Si presuppone che una persona ad una certa età diventi matura; gli sbagli, le mancanze o qualsiasi altra cosa succeda sono responsabilità della persona che agisce quindi perché mettere in mezzo la madre in una discussione dove molto probabilmente lei non è neppure presente? 
Per chi volesse fare l’erudito, volesse rispondere con un certo stile e chiudere in breve la questione lasciando di sasso l’altro interlocutore, che non è detto capisca, perché non ricorrere al buon vecchio Latino? Invece che farsi infiammare dalla rabbia in un’accesa discussione e usare la classica “diarrea verbale” che esce dalla bocca senza ritegno, si potrebbe esclamare “stercus pro celebro habes!”, ossia, “hai la cacca al posto del cervello!”. Si immagini la reazione di chi riceve l’insulto…  
Non meno importanti, oltre alle parole, sono i modi di porsi, il tono di voce e la gestualità che influenzano in maniera altrettanto gravosa un discorso o una discussione accesa. Mai dimenticarsi anche questi, non mancherò di parlarne prossimamente.
Concludo con due consigli della maestra Pina, grande fonte di ispirazione e di insegnamento, che non hanno bisogno di spiegazione:

Quando volano parolacce c’è solo una cosa da fare, aprire le finestre, far cambiare aria e far volare via i brutti termini!  

Ricordarsi che la lingua italiana è ricca di tante e belle parole!

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