Negli ultimi tempi gli incendi boschivi hanno inasprito una situazione già storicamente allarmante. La foresta è un ecosistema importante per la Terra e i suoi abitanti (anche se questa importanza ci sembra marginale): innanzitutto è il fondamento della biodiversità, in secondo luogo contribuisce alla stabilizzazione climatica e all’assorbimento dell’anidride carbonica.

Per questo molti si sono chiesti se la riforestazione sia il rimedio a tale devastazione. Ovviamente si parla di una riforestazione effettuata con criteri scientifici, e non di una mera piantumazione di alberi, dal momento che la foresta è un ecosistema molto complesso da ricreare, specialmente negli areali tropicali dove è la somma delle relazioni fra alberi, sottobosco, animali e funghi. È importante studiare le specie adatte non solo alla zona (il più possibile autoctone), ma anche al clima in evoluzione e alle altre specie che faranno parte del nuovo ecosistema.

la foresta è un ecosistema complesso, formato da organismi vegetali, animali e miceti

In Etiopia, durante la campagna Green Legacy indetta dal Primo Ministro, milioni di etiopi hanno piantumato più di 350 milioni di alberi in un solo giorno, un vero record mondiale. L’Etiopia ha una copertura forestale del 4% (in confronto al 30% di fine Ottocento) e soffre gli effetti dell’erosione del suolo, delle siccità e delle alluvioni. L’obiettivo è raggiungere la straordinaria cifra di 4 miliardi di alberi, da piantumare durante la stagione piovosa (da maggio a ottobre).

Nel 2011, in Germania, è stata stipulata la “convenzione di Bonn” o Bonn Challenge: un accordo internazionale per riforestare milioni di ettari di territorio disboscato o degradato (150 milioni entro il 2020 e 350 entro il 2030). Nel 2014 essa è stata recepita dalla Dichiarazione sulle Foreste di New York durante il summit sul clima dell’ONU. La Bonn Challenge non è un nuovo impegno globale, ma un insieme di tecniche per mettere in atto alcuni degli impegni internazionali già presi negli anni passati per la salvaguardia del pianeta.

L’approccio della “Convenzione di Bonn” si basa sul ripristino del paesaggio forestale, che concilia sia l’integrità ecologica sia il benessere degli abitanti del territorio considerato. È una visione molto più razionale di restauro del paesaggio, che non si limita a piantare alberi ma agisce su tutti i fronti (ecologico, umano, animale). Ciò significa non solo aumentare il numero di alberi per unità di superficie, ma anche rafforzare la loro salute. Significa intervenire su intere regioni (in alcuni casi interi Paesi) e sui molteplici usi che l’uomo fa del territorio, ripristinando il sistema biologico in modo da ottenere benefici per l’uomo e per il pianeta. È un insieme di interventi a lungo termine, perché i frutti sul piano ecologico si conseguono soltanto dopo molti anni; benché qualche risultato a livello economico (reddito, posti di lavoro) e di riduzione dell’anidride carbonica potrebbe essere immediato.

Questi interventi interessano grandi territori forestali in stato di degrado, ma la maggior parte delle opportunità di restauro si trova intorno o in corrispondenza di terreni agricoli o pascoli. In questo secondo caso il restauro deve integrarsi e non sostituirsi all’attività umana: si crea così una sorta di “mosaico” tra ambiente agropastorale, sistema agroforestale, incolti gestiti, corridoi ecologici, boschi e piantagioni messe a protezione di corsi d’acqua e bacini idrici.

Lungimiranza e dinamismo sono le caratteristiche fondanti di questi interventi, che devono fornire opzioni future in grado di assecondare i mutamenti sociali e ambientali. I fautori del movimento parlano di “resilienza” del paesaggio: un termine preso in prestito dalla psicologia, che indica la capacità di affrontare le avversità e le transizioni.

I principi cardine del ripristino del paesaggio forestale sono:

  • focalizzazione sul paesaggio intero e non sui piccoli siti, creando una sorta di mosaico multifunzionale che concili le esigenze economiche, sociali ed ecologiche;
  • preservare gli ecosistemi naturali, migliorandone conservazione, recupero e gestione, senza doverli convertire o distruggere se già esistenti;
  • coinvolgere tutte le parti interessate (dalle amministrazioni ai gruppi più svantaggiati della comunità) nella pianificazione e nel monitoraggio del processo;
  • adattarsi al contesto locale (storico, culturale, naturale), anche attingendo dalle conoscenze delle popolazioni indigene;
  • produrre benefici su più livelli adattabili nel tempo (migliorando le specie e la diversità genetica), a seconda dei mutamenti sociali e climatici, anche grazie ai feedback forniti dal monitoraggio continuo degli effetti.

Si stima che la riforestazione razionale possa in futuro fruttare ingenti ricavi (anche decine di miliardi di dollari l’anno), che potrebbero tradursi in benefici diretti, in termini di reddito, per le comunità rurali. Questo ammontare deriverebbe dalla protezione dei bacini idrici, dal miglioramento dei raccolti e della produttività economica forestale. Il sequestro di anidride carbonica potrebbe, sempre secondo stime, aggirarsi intorno alle 1,7 gigatonnellate l’anno.

un paesaggio “a mosaico” è costituito da più aree funzionali

La sfida di Bonn è stata lanciata dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) con sede in Svizzera, con al creazione di una Global Partnership che comprende governi, organizzazioni, comunità e individui da più parti del mondo.

Ad oggi si stima che le superfici da riforestare (tra disboscamento e degrado del territorio), nel mondo, siano circa due miliardi di ettari. Un miliardo e mezzo di questi è adatto al restauro a mosaico, in cui le foreste si combinano con altri paesaggi che includono alberi (sistemi agroforestali, piccole aziende agricole, vegetazione adiacente gli insediamenti abitativi). Mezzo miliardo di ettari sono invece adatti alla riforestazione su larga scala. In aggiunta, esistono 200 milioni di ettari non abitati, principalmente nell’estremo Nord, dove le foreste boreali hanno subito gravi danni a causa degli incendi. Questi areali sono difficili da ripristinare, ma potrebbero riprendere a funzionare naturalmente tramite piccoli accorgimenti.

Un ulteriore miliardo di ettari, che comprende aree densamente popolate o rurali, non può essere sottoposto a restauro, ma beneficerebbe di piantumazioni messe a protezione dei bacini idrici e delle coltivazioni, con molteplici altre funzionalità (controllo del microclima, mantenimento della biodiversità ecc.)

Restauri sono in programma in alcuni stati sudamericani e africani (laddove è importante contrastare la desertificazione). La pianificazione viene effettuata grazie ad avanzati modelli statistici che incrociano tutti i parametri (suolo, ambiente, clima, infiltrazione idrica, copertura vegetativa ecc.) utili a identificare le zone adatte al restauro e promuovere le opzioni più consone al ripristino (per esempio la scelta varietale).

Treedom è invece un’iniziativa italiana che mette in contatto finanziatori e arboricoltori. Si tratta di una piattaforma web, nata a Firenze nel 2010, in cui ognuno può scegliere un albero che un contadino pianterà nel suo Paese, e monitorarne la crescita a distanza tramite una pagina online con foto e geolocalizzazione. Attualmente circa 600 mila alberi sono stati già piantati in Africa, Sudamerica, Asia e Italia.

Riassumendo, la riforestazione non è il rimedio definitivo a nessuno dei problemi citati (riscaldamento globale, desertificazione, perdita della biodiversità, calo delle risorse economiche) ma è un ottimo contributo. Deve però essere eseguita secondo criteri ben definiti e subire continuo monitoraggio, pena lo spreco delle risorse e il deturpamento del paesaggio.

The Bonn Challenge

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