Quali differenze intercorrono tra chi si riprende dalle avversità della vita e chi no? I ricercatori studiano da tempo i fattori che contraddistinguono le persone resilienti.

La resilienza, in origine, è la capacità di un materiale di resistere agli urti e tornare approssimativamente al suo stato di partenza senza spezzarsi o deformarsi radicalmente.

Questo termine è stato acquisito dalla psicologia ed è poi diventato virale, quasi una moda. In realtà la resilienza è una caratteristica reale, che indica la capacità di un individuo di ritornare all’equilibrio dopo un evento perturbante. Non è detto comunque che questo equilibrio sia velocemente riprisitinabile ed esattamente uguale al precedente, specie dopo grandi traumi. A volte perfino le persone più resilienti cambiano la propria visione della vita o il proprio modo di vivere, nel bene e nel male.

Il mondo ci pone continuamente alla prova tramite frustrazioni, disavventure, traumi, perdita delle persone care, problemi di salute ecc. A volte la pressione è quotidiana, come nel caso di chi vive situazioni stressanti in famiglia o al lavoro. Tutti desiderano una sorta di “corazza” che aiuti a fronteggiare le difficoltà più pesanti: tale corazza si chiama resilienza ed è un mix di problem solving, fiducia in se stessi, ottimismo (realistico), capacità di perseguire obiettivi e autonomia. Non tutti siamo dotati di simile forza interiore: c’è chi dopo situazioni davvero negative torna a vivere sicuro di sé, mentre altri si piegano più facilmente loro malgrado. Pur essendovi fattori predisponenti, però, gli psicologi hanno appurato che coltivando alcune caratteristiche interiori si può gradualmente giungere a un compromesso.

I fattori predisponenti

Il temperamento

Certamente la resilienza può avere una base congenita. Un carattere stabile ma allo stesso tempo flessibile e incline ad adattarsi a un cambiamento radicale, anche piuttosto improvviso. Le persone resilienti tendono a non vedersi come vittime del destino, ma si danno da fare per capire come adattarsi a esso o a cambiarlo, se possibile.

I bambini che nascono con un carattere estroverso, aperto e sveglio predispongono chi sta intorno ad accudirli più volentieri, e una volta cresciuti non faticano a trovare sostegno sociale durante i periodi di crisi. Questo vale anche per i bambini meno capricciosi e più facili da accudire (nel mangiare, nel dormire e nel giocare). È un’interazione tra la gradevolezza del bambino e l’amorevolezza dell’adulto, che si rafforzano a vicenda.

Una personalità più ottimista, dotata di intelligenza pratica, problem solving e un certo senso dell’umorismo (almeno per quanto riguarda le difficoltà ordinarie della vita) è incline a superare meglio le avversità.

Nel corso di varie ricerche, anche su gemelli, sono state individuate caratteristiche genetiche e morfologiche (per esempio, un ippocampo più piccolo) nelle persone più vulnerabili, che si esprimevano quando si verificavano situazioni sfavorevoli (un’infanzia difficile, un trauma ecc.).

Sicuramente, quindi, c’è una buona dose di fortuna alla base della resilienza, ma accanto a essa i fattori ambientali hanno un ruolo sempre più importante, secondo la psicologia.

La rete sociale

Già negli anni Cinquanta, studiando i bambini delle classi sociali più disagiate di un’isola delle Hawaii, si era riusciti a risalire a uno dei fattori che promuovono la forza interiore. Si è notato che chi diventava un adulto senza particolari problematiche (dipendenze, violenza, problemi con la legge), pur avendo vissuto in un contesto violento e in assoluta povertà, aveva goduto di un aiuto esterno (un parente equilibrato, un insegnante, un assistente sociale ecc.)

Un modello positivo esterno alla famiglia, infatti, può compensare in parte i modelli negativi acquisiti durante l’infanzia.

La responsabilizzazione

Una buona dose di fiducia nelle proprie capacità è un altro dei pilastri della resilienza. Gli psicologi la definiscono “autoefficacia percepita”: si ha la convinzione che i propri sforzi possano contribuire alla risoluzione di un problema in atto, e questo in media dà più frutti del sentirsi senza via d’uscita.

Al contrario chi ha imparato che qualunque cosa faccia non servirà a nulla si sentirà impotente anche quando, invece, la situazione offre qualche spiraglio.

Uno dei fattori che alimenta la percezione positiva della propria efficacia è la responsabilizzazione. Bambini che fin da piccoli hanno imparato che i propri sforzi (per esempio assistere i fratellini, aiutare nelle faccende domestiche o fare qualcosa di utile alla comunità) portavano a dei risultati, sia in termini effettivi che di gratificazione da parte della comunità, si dimostravano poi adulti più resilienti.

La coscienza del proprio valore aiuta anche a superare quei momenti in cui effettivamente non c’è nulla da fare; mentre, al contrario, una scarsa autoconsapevolezza può rendere demotivati e in casi gravi anche condurre alla depressione. Allo stesso tempo, però, questa consapevolezza non deve essere eccessiva, pena lo sconfinamento in un altro estremo, il narcisismo. È una percezione realistica, che considera ciò che è in proprio potere o meno.

Coltivare la forza interiore

Un tempo si credeva che il proprio modo di vivere potesse mutare di pochissimo, negli anni. Oggi invece numerosi riscontri a livello comportamentale ma anche anatomico (tramite tecniche di neuroimaging) rivelano che il cervello è plastico. Quindi si possono attuare dei cambiamenti, ma solo se si desidera fortemente mettersi in gioco. Questo vale anche per l’opposto: si può perdere la propria resilienza a seguito di una crisi violenta, per questo è necessario lavorare per conservare la propria forza.

Alcune strategie messe a punto da ricercatori e psicologi possono aiutare a sviluppare i propri punti di forza interiore, seppur non in maniera veloce né risolutiva.

Per prima cosa, è importante cercare di non evitare le sfide e le crisi della vita: la resilienza cresce sperimentando, mettendosi alla prova e prendendo l’iniziativa. Questo permette anche di sviluppare una certa flessibilità, dal momento che ogni prova è diversa dall’altra. Alcuni ricercatori hanno sperimentato come piccole quantità di eventi stressanti (per esempio nel caso di uno studente lavoratore o di un bambino adottato) possono preparare il terreno fortificando il carattere. Allo stesso tempo non è necessario gettarsi in imprese più grandi delle proprie risorse (per esempio affrontando più situazioni difficili insieme): in questo caso è utile, qualora fosse possibile, posticipare e imparare ad assumere un certo distacco dallo stress concedendosi anche un periodo di pausa.

Una delle caratteristiche che contraddistingue i resilienti è che tendono a provare più strategie diverse quando un problema non si risolve, concentrandosi non sul problema stesso e sulla sua origine ingiusta, ma, appunto, sul modo di affrontarlo.

Un’altra caratteristica è la concezione della difficoltà come provvisoria e potenzialmente modificabile, il che riduce il senso di impotenza e quindi lo stress e lo scoramento tipici delle persone non resilienti. Ciò significa comunque accettare la propria sofferenza, ma senza sentirsene intrappolati. In presenza di circostanze davvero spiacevoli e impossibili da modificare, si può influire su come gestire la crisi, ed eventualmente immaginare come potrebbe andare meglio la prossima volta.

In alcuni test nell’ambito di programmi per la resilienza, chi aveva mostrato segni di vulnerabilità veniva invitato a:

  • elencare, ogni sera, tre cose buone della giornata appena trascorsa (anche se era andata storta);
  • trovare in sé almeno una caratteristica positiva, e compiere un gesto inusuale nell’ambito di tale caratteristica (es. mettere in atto un’idea creativa, essere generosi con un estraneo ecc.);
  • esprimere gratitudine nei confronti di persone ritenute importanti nella propria vita.

Inoltre i soggetti coinvolti nel progetto erano rassicurati sul fatto che i loro sentimenti negativi erano normali, e incoraggiati a esternare le proprie difficoltà. Questo programma ha fornito buoni risultati sulla resilienza dei soggetti più vulnerabili, che ragionavano in modo più positivo con effetti che potevano durare anche mesi, soprattutto se l’addestramento riguardava punti di forza relativi alla curiosità, alla gratitudine, allo humour e all’ottimismo. Naturalmente questo è possibile in contesti ordinari, non in caso situazioni catastrofiche (conflitti, aggressioni ecc.)

Porsi obiettivi realistici e non esagerati, e fare regolarmente qualche piccolo passo in quella direzione sono piccoli suggerimenti volti a valorizzare le proprie energie. A volte, però, capita che un obiettivo preposto non sia più raggiungibile: in questo caso bisogna darsi tempo e accettare la cosa, magari modificando leggermente la direzione di marcia.

Come si diceva all’inizio, è importante mantenere contatti sociali gratificanti, in cui ci si scambiano sostegno e supporto morale.

Giova poi analizzare se stessi in relazione alle difficoltà della vita, per scoprire i propri punti di forza sia naturali che acquisiti grazie all’esperienza.

Meditazione e mindfulness possono aiutare a far fronte allo stress e alle crisi, e sono pratiche entrate a fare parte della psicoterapia.

Infine, chi si prende cura di se stesso (facendo moto, migliorando il proprio stile di vita, dedicandosi ai propri interessi) crea una base solida da cui partire per affrontare le circostanze avverse.

“Il fatto di avere un senso di scopo e di significato può aiutare le persone ad affrontare meglio le sfide della vita, reinquadrandole in modi che consentono loro di riprendersi con più prontezza.” Daniel Goleman

Berndt, C. Il segreto della resistenza psichica, Feltrinelli, 2015

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