Cos’è la Pet therapy.

Come spiega il ministero della Salute in una sezione del suo sito interamente dedicata a questo argomento, si tratta di “una serie complessa di utilizzi del rapporto uomo-animale in campo medico e psicologico”. In altre parole, e sgombrando il campo da usi impropri di “terapeuti a 4 zampe”, l’animale può essere un mediatore, un aiuto per l’uomo. Questa sua capacità, tuttavia, non può essere considerata alla stregua di un farmaco.

Diversi studi, infatti, hanno dimostrato che alcune specie animali inducono nell’essere umano uno stato di benessere generale, di gioia, di buonumore, che a sua volta porta ad un incremento dell’attività metabolica, alla riduzione della pressione arteriosa e all’aumento delle difese immunitarie, ma non solo. La pet therapy si è dimostrata positiva, ad esempio, nelle patologie a carattere psicologico e deambulatorio e utile per gli anziani afflitti da disabilità e solitudine, con buoni effetti sul fisico e sull’umore. I risultati di questo tipo di cura sono un corpo più tonico, la riduzione di stress e insonnia,e una mente più elastica: secondo gli studi più recenti questi importanti risultati sono legati al fatto che il legame con l’animale ci fa liberare gran quantità di ossitocina, il cosiddetto “ormone dell’amore”, un ormone responsabile della felicità la cui presenza ci aiuta ad essere più fiduciosi, empatici ed è dunque in parte responsabile della nostra felicità.

Onoterapia: gli asini.

Grazie alla scoperta dei benefici che l’uomo può trarre dal rapporto con l’asino – tra i quali quello di veicolare emozioni che non si riescono ad esprimere altrimenti – è sorta la onoterapia. Scopriamo questa pet therapy davvero interessante perché nel nostro immaginario collettivo l’asino è associato alla testardaggine, all’ignoranza e alla pigrizia, ma in realtà questo animale possiede una serie di qualità che lo rendono un ottimo co-terapeuta.

Meno nota rispetto alla ippoterapia, in Italia questa co-terapia inizia a fare i primi passi fra la fine degli anni ‘80 e gli inizi degli anni ’90. L’onoterapia è un tipo di pet therapy che si realizza attraverso l’instaurazione di un rapporto terapeutico tra il paziente e l’asino (dal greco ὄνος “ónos”, asino).

Alla base di questa co-terapia c’è, dunque, la relazione uomo-animale che, come nel caso delle altre pet therapy, si fonda su un principio di uguaglianza: per l’animale non esistono pregiudizi e differenze, tutti gli uomini sono uguali lui senza discriminazioni basate sulla presenza di qualche tipo di disabilità. Un altro aspetto rilevante della onoterapia è che le attività si realizzano in luoghi come fattorie e maneggi, ovvero in ambienti demedicalizzati, in cui, allo stesso tempo, i pazienti possono stare a contatto con la natura.

La qualità più importante e riconosciuta dell’onoterapia rispetto ad altre terapie più tradizionali risiede nel ruolo attivo del paziente, che viene continuamente stimolato e motivato dall’interazione con l’asino. Attraverso le attività di cura dell’animale si realizza il role reversal: il paziente non è più l’oggetto passivo delle cure genitoriali o familiari cui è sottoposto normalmente, ma diventa un soggetto attivo, capace di prendersi cura di un altro essere vivente.

Nella prima fase le attività si svolgono “a terra” e consistono nell’avvicinamento all’animale e la cura dello stesso. In questo modo, i pazienti sono stimolati dal punto di vista cognitivo e motorio: devono infatti concentrarsi per ricordare e coordinare le proprie azioni. Allo stesso tempo, questa fase svolge una funzione importante nell’accrescimento dell’autostima dei pazienti, che iniziano a sentirsi importanti ed utili per il ruolo che si sta svolgendo.

L’asino possiede delle caratteristiche morfologiche ed etologiche che lo rendono un animale particolarmente adatto a coadiuvare ed affiancare molteplici processi terapeutici. Sebbene venga spesso relazionato con il cavallo, l’indole di questi due animali è generalmente molto diversa: il cavallo è un animale dinamico, mentre l’asino è più staticocalmo e paziente; inoltre, secondo i professionisti dell’onoterapia, è un animale riflessivo: di fronte ad un pericolo non scappa, al contrario si ferma e ragiona. Queste ed altre caratteristiche – forza, prevedibilità, curiosità, intelligenza – riescono a trasmettere sicurezza e tranquillità alle persone assistite dal “co-terapeuta” asino. Inoltre l’asino possiede diverse caratteristiche neoteniche, come la grandezza degli occhi e della testa rispetto al corpo, che stimolano nell’essere umano un processo di attaccamento e lo inducono istintivamente a prendersi cura degli animali che presentano queste caratteristiche.    

A chi è rivolta la Onoterapia?Le qualità dell’asino e della relazione che si riesce a stabilire con questo animale permettono di agire su diversi disturbi e disabilità, ognuno con le proprie particolari necessità ed obiettivi

Le attività sono strutturate per lavorare con pazienti che presentano le seguenti caratteristiche: disabilità fisica e sensoriale, ritardo mentale, sindrome di Down, disturbi generalizzati dello sviluppo (Autismo, Asperger), disturbi della personalità, disturbi dell’umore, disturbi dell’alimentazione, deficit dell’attenzione. L’onoterapia è indicata anche per persone che soffrono di ansia, depressione, bassa autostima, tossicodipendenze o che si trovano in situazioni di disagio sociale.

Alpacaterapia: lama e alpaca.

L’indole di questi animali è perfetta per attività di questo tipo, infatti, gli alpaca sono un mix perfetto: riservati e socievoli al punto giusto, difficilmente possono essere un disturbo e non disdegnano il contatto e il rapporto con l’uomo.

I pazienti hanno la possibilità di accarezzare e socializzare gli animali, traendo così il meglio da entrambe le attività. Gli alpaca si trovano a loro agio a contatto con l’uomo e la loro compagnia è sempre piacevole e mai intrusiva.

Oltre al loro carattere non c’è da dimenticare il loro meraviglioso manto che li rende dei veri e propri peluche ambulanti, che tuttavia mantengono abbastanza carattere per instaurare un rapporto alla pari, di reciproco rispetto.

I lama e gli alpaca sono utilizzati sia con i bambini che con gli anziani. Gli allevamenti sono sempre più numerosi, dall’Austria, al Trentino, alla Toscana. Un filmato degli anziani con gli alpaca ha fatto il giro del web, con gli animali che fanno il giro delle stanze per visitare ogni paziente, sembrerebbe infatti che gli alpaca siano decisamente affezionati ai residenti, che li coccolano e danno spesso loro qualche zuccherino.

Delfinoterapia: i delfini.

Conosciuta anche come Dolphin Assisted Therapy, la delfinoterapia è l’ultima frontiera della pet teraphy, la terapia riabilitativa che si basa sugli effetti benefici che deriverebbero dalla relazione tra il paziente e gli animali.

Dove nasce la delfinoterapia. Teorizzata e applicata per la prima volta da David Nathanson e Betsy Smith, docenti presso la Florida International University di Miami, la delfinoterapia ha visto la luce negli anni ’70. A introdurre questo nuovo approccio terapeutico in Italia è stata l’Associazione Arion, che ha sperimentato la terapia con i delfini al Delfinario di Rimini nel 1993.

Come funziona. Con l’aiuto dei delfini i pazienti svilupperebbero meglio la parte del cervello deputata alla comunicazione all’area affettiva. In particolare la delfinoterapia ha avuto alcuni riscontri positivi in casi di bambini affetti da disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, da autismo, sindrome di Down, problemi di concentrazione o apprendimento. Ma non solo. Questa particolare branca terapeutica è ritenuta utile anche nei casi di riabilitazione motoria: i pazienti che nuotano con i delfini paiono risolvere più velocemente problemi di deambulazione, problemi di coordinazione e armonia del movimento, casi di disagio motorio post operatorio.

I risultati. Le diverse esperienze in questo campo hanno evidenziato risultati diversi a seconda delle patologie di cui sono affetti i bambini. In particolare gli autistici, attraverso il contatto con i delfini, vengono spinti a migliorare le proprie relazioni interpersonali. Le cause sono da ricercarsi anche nell’estrema sensibilità dei delfini nei confronti di questi ragazzi e dal loro modo di giocare capace di rompere l’isolamento che caratterizza questa patologia. Ovviamente i risultati più evidenti si registrano in bambini che abbiano sperimentato questo approccio fin da piccolissimi: l’età migliore per cominciare è infatti tra i quattro e i cinque anni d’età.

Fonti: www.repubblica.it www.salute.gov.it www.dailygreen.it www.cure-naturali.it

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