A Monterenzio, sull’Appenino Bolognese, c’è un scuola elementare che porta il suo nome. Chissà se i 104 bambini della scuola sanno chi è Cristina da Pizzano.

Me lo chiedo perché io, fino a poco tempo fa, non lo sapevo. A farmela scoprire, un video di Youtube molto interessante in cui l’eminente e coinvolgente medievista Alessandro Barbero racconta la storia di questa donna straordinaria, di cui sappiamo molte cose proprio grazie al fatto che lei stessa le ha raccontate nei suoi scritti. In generale, delle donne vissute nel Medioevo sappiamo pochissimo ma, al contrario, sappiamo tante cose di Cristina perché è la prima donna che ha concepito se stessa come scrittrice di professione, che si è guadagnata da vivere ed è diventata famosa scrivendo libri e se su di lei abbiamo tante notizie e proprio per questa ragione.

La vita

Cristina da Pizzano, nacque a Venezia nel 1365. Figlia di Tommaso di Benvenuto, detto da Pizzano perché appunto la sua famiglia possedeva delle terre in quella zona, è più conosciuta come Christine de Pizan, perché già da piccola si trasferì col padre a Parigi, una delle città più importanti del periodo, quasi il centro del mondo. Tommaso era uno stimatissimo astrologo, medico e cattedratico dell’Università di Bologna, così famoso da essere conteso sia alla corte del re d’Ungheria, Luigi I il Grande, che dal re di Francia in persona, Carlo V. Tommaso optò per offrire i suoi servigi al sovrano d’oltralpe di cui ammirava la saggezza. Carlo V, dal canto suo, apprezzava le qualità dell’astrologo fino al punto di invitarlo ad abitare presso di lui e a far trasferire la sua famiglia in Francia a spese della Corona. Nel 1368 Tommaso partì alla volta della corte di Carlo V con la sua famiglia al seguito. Fu così che Cristina valicò le Alpi, verso la fine del 1369, a soli quattro anni, insieme con la madre e i fratelli. Visse un’infanzia felice, il padre le insegnò a leggere e scrivere; nelle sue opere, Cristina di tanto in tanto parla di quel che ha voluto dire andare a vivere a Parigi. Racconta quello che ha visto lì da bambina: un’equilibrista che cammina su una corda tesa fra le due torri di Notre Dame oppure quando arriva un Ambasciata del sultano d’Egitto e Cristina ammira quell’incredibile corteo di gente esotica col pubblico intorno a bocca aperta.

Cristina in Francia crebbe in un ambiente di corte stimolante e intellettualmente vivace ma soprattutto ebbe modo di attingere alla vasta cultura che si trovava all’interno della ricchissima Biblioteca Reale del Louvre: era stato lo stesso Carlo V, sensibile alle tematiche intellettuali, a dar vita a quella Biblioteca, a cui lei ora aveva libero accesso. Era un luogo senza pari in Europa, per la quantità e la qualità dei preziosi libri splendidamente miniati. Tommaso, contro il parere di sua moglie, più tradizionalista, ha avuto il merito d’impartirle un’educazione letteraria approfondita, assai rara per una donna dell’epoca. I libri, il sapere e tutto lo scibile cui, fortunatamente, Cristina ebbe accesso le consentirono di diventare poetessa, scrittrice, editrice e filosofa.

Oggi viene riconosciuta come la prima scrittrice di professione in Europa e la prima storica laica di Francia, quattro secoli prima di Madame de Staël. Ma la sua più grande impresa, senza dubbio, fu dare inizio alla cosiddetta Querelle des femmes. La Disputa delle donne. Questa Disputa in realtà è iniziata in tempi antichissimi, ma è sempre stata una Disputa contro le Donne. Andando a ritroso possiamo dire che risale già ai primi testi letterari della storia europea: Esiodo e la maledizione contro il ghenos gunaikos (la razza delle donne) e prosegue nelle numerosissime affermazioni misogine della tragedia greca.

La città delle donne: femminismo ante litteram.

Ma Cristina ribalta le parti: nel 1405 dà vita alla Querelle des femmes, scrivendo, La città delle dame (Livre de la Cité des dames) un pamphlet femminista che consegna direttamente alla regina Isabella. Scritto in pochi mesi questo libro, pubblicato oggi da Carocci Editore, resta ancora un testo attualissimo e affascinante, sia per i temi e sia per la grande passione che esce dalle pagine per andare direttamente ai cuori delle donne. Nell’opera si elencano moltissimi esempi di donne virtuose e importanti nella storia dell’umanità. Inizia così la Querelle, la disputa delle donne, una contesa vista finalmente da un’angolatura differente, dalla parte delle donne.

La sua è una rivoluzione. Al centro della Querelle di Cristina c’è la donna e le sue virtù, capacità, pregi, forza e coraggio. La “Querelle des femmes” diventerà il termine generale per riferirsi alla polemica sullo status delle donne nella società dal XV secolo e fino al XX secolo, alle soglie dell’Illuminismo. Nella Città delle donne Cristina scrive che non esiste differenza di valore fra l’anima femminile, l’anima maschile e la perfezione dei due corpi. Dimostra inoltre la capacità delle donne a governare, ma soprattutto rivendica l’uguaglianza di raziocinio, rettitudine e capacità di giudizio tra uomini e donne. Era determinata a non dimenticarne nemmeno una di quelle donne, quelle che fecero e cambiarono la storia!

L’autrice immagina di essere svegliata nel sonno da tre figure, Donna Ragione, Donna Rettitudine e Donna Giustizia, che l’avvertono delle forze misogine che minacciano e opprimono il nostro genere. E comincia a sognare un Luogo abitato dalle grandi donne del passato, La Città delle Donne appunto. Qui ci sono regine e amazzoni a guidare gli eserciti, ci sono le donne ‘non viziose’, che hanno preservato la castità, amato i mariti e onorato i genitori e, infine, non potevano mancare le martiri per la fede, suicidatesi dopo aver subito uno stupro, non prima però di averlo denunciato. Anche Cristina denuncia. Denuncia l’ingratitudine dimostrata dagli storici uomini nei confronti del “gran bene reso al mondo” da noi donne. Come dimenticare il contributo della regina Cerere allo sviluppo delle tecniche agricole o quello di Iside, che inventò un sistema di scrittura simbolico oltre all’arte del giardinaggio? E Minerva? Non fu forse lei a inventare le lettere dell’alfabeto? Come farebbero a esprimersi senza la scrittura i grandi intellettuali che oggi la usano proprio contro le donne? Non potrebbero certo scrivere – afferma Cristina – pagine e pagine di storia ‘al maschile’ che esclude sistematicamente, strumentalmente, consapevolmente e ingiustamente ogni riferimento positivo alla figura femminile, presentando non tanto un punto di vista maschile, ma un punto di vista mancante di onestà e verità.

Nel libro ci sono Saffo che lasciò versi eterni: “Scuote Amore il mio cuore come il vento sul monte si abbatte sulle querce.” Aracne che scoprì come tingere e tessere la lana. Panfila come ricavare seta dai bachi. Proba che riscrisse l’opera di Virgilio. E ancora Zenobia, Semiramide, Medea. E poi Nicostrata, che inventò l’alfabeto latino, Didone, Griselda. Storie di donne straordinarie, proprio come Cristina .

Il sogno e il veliero.

Quando rimase vedova del marito, segretario del re, nel 1390, oltre alla perdita, si ritrovò a vivere in condizioni economiche difficilissime. Il marito era morto improvvisamente lasciando parecchi creditori e debitori dietro di sé. Cristina, non partecipando alla vita lavorativa del marito, non ne sapeva nulla: dovette quindi rimboccarsi le maniche per ricominciare a vivere. A venticinque anni decise di non risposarsi e quindi la necessità e le occasioni la spinsero a iniziare a scrivere. Nessuno prima di lei era stato costretto fino a tal punto dalle circostanze a vivere della propria penna. In quel periodo scrisse il “Livre de la Mutacion de Fortune“, opera che racconta della straordinaria simbolica metamorfosi da donna a uomo che subisce. Non sappiamo se sia vero o solo un’invenzione letteraria: sta di fatto che Cristina fa un sogno. Sogna di essere su una nave e a un certo punto scoppia una tempesta e il nocchiero sparisce nelle acque. È suo marito che è scomparso. Lei è rimasta sulla nave, la nave della sua famiglia, lei è disperata, vorrebbe buttarsi in acqua e affogarsi. Ma la trattengono. La nave va alla deriva. E poi racconta Cristina che nel sogno stava dormendo e mentre dormiva la Fortuna è andata a cercarla.

Allora diventai un vero uomo, non è una favola, capace di condurre le navi 》

In epoca medioevale, la Fortuna è qualcosa di più complesso, è il cambiamento improvviso che può succedere senza che te l’aspetti e che ti cambia la vita. La fortuna ti può portare in alto o farti precipitare. Cristina racconta che la Fortuna comincia a palparla, le tocca in tutto il corpo, la maneggia. Poi nel sogno Caterina si sveglia e la prima cosa di cui si accorge e che ha perso l’anello nuziale e poi si rende conto che anche il suo corpo è cambiato, le membra sono più forti e la voce più grossa. Cristina sogna di essere diventato un uomo e nel sogno prende chiodi e martello e comincia ad aggiustare la nave. Cristina dice: “Mi sentii molto più leggera del solito”. Evidentemente una donna dell’epoca percepiva la pesantezza fisica del suo essere donna a causa dell’essere sempre incinta mentre un uomo è più leggero. Questa è una cosa inaspettata per noi. “Il mio volto era cambiato e indurito e la mia voce si era fatta più profonda e il corpo più snello”. Di nuovo: una donna, una madre, che si immagina diventare uomo, si immagina di essere non solo più forte, ma più snella. “Mi ritrovai con un animo forte e ardito di cui mi sorprendevo e capii di essere diventato un vero uomo”.

Il modo in cui Cristina descrive questa trasformazione è davvero straordinario. L’assunzione di responsabilità e la solitudine generarono in lei quel cambiamento che la portò a diventare scrittrice, allora un mestiere da uomo.

Una carriera nell’editoria.

Cristina si fece rappresentare nelle miniature sempre vestita di blu, quasi un marchio di fabbrica, per essere sempre riconoscibile.

Ancora oggi, grazie alla storiografia medievale, è riconosciuta come la prima scrittrice e intellettuale europea di professione oltre che un’antesignana del femminismo. Mette in piediuno Scriptorium, una casa editrice ante litteram a capo di un team tutto al femminile che copia libri e li decora con miniature molto apprezzate. Scrive ancora e lo sa fare bene; scrive su richiesta e dietro compenso un libro critico sul Roman de la rose e uno biografico sui fatti e i detti memorabili di Re Carlo V il saggio andando a documentarsi e intervistare persone che hanno conosciuto il re.

L’ammirazione per un’altra grande donna: Giovanna d’Arco.

Vorrei citare per concludere, un altro suo scritto, un libretto del 1429 “Ditié de Jehánne d’Arc” (poemetto in 67 strofe di versi sciolti), dedicato a Giovanna d’Arco, unico nel suo genere perché composto non dopo la morte di Giovanna, ma mentre la pulzella d’Orleans era ancora viva!

La statua di Giovanna d’Arco a Parigi.

Cristina aveva ormai smesso di scrivere quando rimane folgorata da Giovanna. Si era ormai ritirata in convento, disgustata dalle efferatezze cui aveva assistito a Parigi negli scontri di quel tempo: la Guerra dei Cent’anni funestava l’Europa con carneficine d’ambo le parti. Ma fu una donna, fu Giovanna d’Arco, la pulzella d’Orléans che mise fine all’interminabile conflitto e permise al debole Carlo VII di consolidare il potere come re di Francia sconfiggendo gli odiati inglesi! Come poteva Cristina non scriverne? Un’altra donna eccezionale, questa volta sua contemporanea, che faceva “cose da uomini”: non un’intellettuale ma una ragazzina nei panni di una guerriera che investitasi di coraggio, fede e una fulgida armatura combatteva in prima persona sul campo. Scrive di lei Cristina: «Che onore per il sesso femminile quando questo nostro regno interamente devastato, fu risollevato e salvato da una donna, cosa che cinquemila uomini non hanno fatto…». Come finì lo sappiamo tutte. La pulzella fu bruciata sul rogo. Come strega.

Non sappiamo se Christine lo seppe mai perché la data della sua morte non è certa. Si presuppone che sia morta in convento a circa 60 anni.

Di seguito lascio la poesia scritta da Cristina a seguito della morte del marito, per cui rimane sola con tre figli piccoli da crescere e che si intitola, appunto, Seulete sui. Sono sola.

Sono sola, e sola voglio rimanere.

Sono sola, mi ha lasciata il mio dolce amico;

sono sola, senza compagno né maestro,

sono sola, dolente e triste,

sono sola, a languire sofferente,

sono sola, smarrita come nessuna,

sono sola, rimasta senz’ amico.

Sono sola, alla porta o alla finestra,

sono sola, nascosta in un angolo,

sono sola, mi nutro di lacrime,

sono sola, dolente o quieta,

sono sola, non c’è nulla di più triste,

sono sola, chiusa nella mia stanza,

sono sola, rimasta senz’ amico.

Sono sola, dovunque e ovunque io sia;

sono sola, che io vada o che rimanga,

sono sola, più di ogni altra creatura della terra,

sono sola, abbandonata da tutti,

sono sola, più di ogni altra creatura,

sono sola, abbandonata da tutti,

sono sola, duramente umiliata,

sono sola, sovente tutta in lacrime,

sono sola, senza più amico.

Principi, iniziata è ora la mia pena:

sono sola, minacciata dal dolore,

sono sola, più nera del nero,

sono sola, senza più amico, abbandonata.

(Traduzione di Francesca Santucci)

  • Fonti: www.sentieristerrati.org www.letteraturaalfemminile.it Alessandro Barbero: “Donne, madonne, mercanti e cavalieri. Sei storie medioevali”.
  • https://youtu.be/D9vzlwBffm4

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