Definita come “il male dell’ultimo secolo”, la depressione è in realtà conosciuta fin dai tempi antichi. Ippocrate, per esempio, la attribuiva a uno squilibrio mente-corpo e numerose testimonianze di artisti, filosofi, scienziati e politici ci giungono da ogni tempo; è probabile che molte dipendenze (alcol, droghe ecc.) ne fossero segnale anche fra le fasce più povere della popolazione.

La depressione è una patologia multifattoriale: essa è dovuta a uno squilibrio di neurotrasmettitori (serotonina, dopamina, noradrenalina) e ad una comunicazione compromessa tra varie aree del cervello, il tutto scatenato da uno o più fattori genetici, ambientali e psicologici, molti non ancora chiariti.

Paradossalmente il cosiddetto “male del secolo” non riscuote adeguata attenzione, finendo di diritto tra i “mali invisibili”. Si ritiene una sorta di malessere, di tristezza passeggera, da combattere con gli espedienti tipici della quotidianità. Spesso viene sottovalutata e attribuita a mancanza di buona volontà: il paziente si sente incompreso e criticato, come se si trattasse di una sua esclusiva responsabilità, quando invece dovrebbe essere incoraggiato a chiedere un aiuto professionale.

La buona notizia è che in ambito scientifico la ricerca sta facendo numerosi passi avanti, assegnando a questa patologia la giusta importanza. Recentemente un team di ricerca ungherese ha pubblicato su Science uno studio in cui si conferma un possibile collegamento tra la memorizzazione dell’esperienza negativa e l’anedonia (cioè l’impossibilità di provare piacere) tipica della depressione.

I vari approcci psicoterapici alla depressione sono già incentrati sulla reinterpretazione dei pensieri su se stessi, sul mondo e sulla propria vita. Modificare alcune convinzioni negative rivolte verso l’interno e l’esterno di noi, e inserire piccoli cambiamenti guidati nella vita quotidiana, possono contribuire a modulare l’umore e ridurre il circolo vizioso del rimuginio.

La ricerca ungherese ha indagato i meccanismi di elaborazione e memorizzazione degli eventi avversi, studiando i circuiti neuronali della ricompensa e della memoria in quello che viene definito “rinforzo”. Il rinforzo è uno stimolo che è stato appreso come positivo o negativo e che quindi rafforza un determinato comportamento.

Questi circuiti sono stati rintracciati presso un gruppo di neuroni nel nucleo del rafe mediano. I nuclei del rafe sono formazioni attorno alla linea mediana del tronco cerebrale (il “rafe” è una linea di separazione di due parti simmetriche) deputate a diverse funzioni, la cui principale è la produzione di serotonina. Questi nuclei sono connessi al sistema limbico (la parte ancestrale del nostro sistema nervoso) e al midollo spinale, e sono quindi implicati da una parte nel ritmo sonno-veglia e nelle emozioni, dall’altra nella regolazione del dolore. La zona al centro dell’attenzione dello studio appartiene alla regione “rostrale” (superiore) e collegata al sistema limbico.

Tali neuroni vengono stimolati selettivamente dagli eventi avversi (non da quelli gratificanti), e rivestono grande importanza nella memorizzazione dell’esperienza e nel comportamento che si verifica quando l’esperienza si ripresenta in seguito. Essi ricevono input dalle regioni cerebrali in grado di elaborare le esperienze negative e attivano una zona del sistema limbico (ippocampo) implicata nell’apprendimento dagli eventi avversi.

I ricercatori hanno poi scoperto che la stimolazione di questi neuroni induce avversione all’ambiente, comportamenti aggressivi, agitazione, e allo stesso tempo sopprime la ricerca della gratificazione; se la stimolazione si cronicizza si può produrre l’anedonia tipica dei disturbi dell’umore.

Al contrario, l’inibizione di tali neuroni nell’esatto momento dell’esperienza negativa interrompe l’espressione della memoria della paura, prevenendone la generalizzazione e l’abbassamento dell’umore (in pratica non si reagisce più agli eventi normalmente vissuti come negativi); ma se eccessiva può provocare un esagerato bisogno di appagamento che può sfociare in atteggiamenti compulsivi.

In sostanza si è individuata una delle zone che svolgono un ruolo cruciale nella processazione delle esperienze negative e rappresentano quindi una delle basi critiche dei disturbi dell’umore. In caso di iperstimolazione di questo circuito, infatti, si ha produzione di ansia e malumore, perché gli eventi avversi vengono maggiormente evidenziati e ricordati.

La memorizzazione delle esperienze negative è comunque un tratto necessario alla sopravvivenza: ricordare un pericolo serve a non sperimentarlo una seconda volta. Il nucleo è quindi connesso con altre aree (molte delle quali già conosciute per la loro implicazione nella depressione), e l’esperienza negativa in assenza di ricompensa le attiva e ne consolida la memoria. Se però la comunicazione tra tutte queste aree è compromessa e l’attivazione/inibizione del nucleo mediano del rafe è eccessiva, ci sono i presupposti per uno squilibrio dell’umore.

Pur non rappresentando l’unica causa scatenante, ma soltanto uno dei fattori implicati nell’insorgenza della depressione, questo meccanismo potrebbe in futuro costituire il bersaglio di terapie mirate. Interrompendo la sovrastimolazione di questo circuito neuronale e quindi il circolo vizioso che prende origine dalla valorizzazione esagerata di minacce ed eventi avversi, si eviterà la cronicizzazione di tale anomalia, consentendo di lavorare meglio sulla perdita di interesse e di piacere tipici della depressione.

Articolo su Science

Tutto sulla depressione

Conoscere il cervello: i nuclei del rafe

1 commento

  1. Non male questo articolo. Affronta l’aspetto più materiale del processo della depressione.
    Ho conosciuto persone che ne sono uscite egregiamente . .

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