La chiamano “plusdotazione”, benché non tutto il mondo scientifico sia concorde nei confronti di un termine che suggerisce qualcosa di aggiuntivo, mentre invece sarebbe meglio parlare di una “diversità”. Dal momento che l’intelligenza è multidimensionale (e influenzata da vari parametri genetici e ambientali), è difficile descrivere questa diversità. Noi useremo il termine ufficiale con le dovute virgolette.

L’associazione inglese NAGC (National Association of Gifted and Talented Children) così definisce i “plusdotati”:

persone che mostrano, o hanno il potenziale per mostrare, se confrontati coi loro pari, un livello eccezionale di performance in una o più delle seguenti aree: abilità intellettiva generale, specifica attitudine scolastica, pensiero creativo, leadership, arti visive e dello spettacolo”.

Nel mondo anglosassone vengono definiti gifted, da gift=dono. In genere hanno un QI uguale o superiore a 130 e si stima rappresentino circa il 2% della popolazione.

La “plusdotazione”: se ne sente parlare sempre più

A volte in tono eccessivamente enfatico (“genietti” e “supercervelli” sono i termini più gettonati), oppure in modo confuso e ricco di cliché: per esempio quando sembra quasi che ogni studente annoiato sia un plusdotato (ciò dà l’impressione che l’argomento sia l’invenzione di genitori in cerca di gratificazioni).

In realtà l’interesse nei confronti di questa tematica è scaturito sia dal perfezionarsi delle neuroscienze, sia dai maggiori consulti psicologici effettuati ad ogni età. Questo perché la “plusdotazione”, contrariamente a quanto si pensi, se non adeguatamente supportata può condurre a una certa vulnerabilità o a un’efficienza inferiore a quella che la propria intelligenza farebbe supporre (in questo caso si parla di gifted underachievers).

L’attestazione viene effettuata prima di tutto attraverso i test d’intelligenza standardizzati in base alle scale WAIS (per adulti), WISC (per bambini in età scolare) e WPPSI (per i bambini sotto i sei anni). Dovrebbe poi essere integrata con test di personalità o altre anamnesi, in quanto molti ritengono che, di per sé, il QI sia elemento necessario ma non sufficiente certificare tale condizione.

La buona notizia è che anche in Italia si sta diffondendo la consapevolezza riguardo a questo tema, con la formulazione di percorsi personalizzati e maggiori informazioni per insegnanti e psicoterapeuti. Nel 2018 è stato istituito, presso il Ministero dell’Istruzione, un tavolo tecnico che avrà il compito di redarre delle Linee Guida per gli studenti plusdotati. Una nota dell’aprile 2019 confermava l’inserimento, anche per gli studenti plusdotati, nell’ambito dei “Bisogni Educativi Speciali” in presenza di disagi o criticità.

Le caratteristiche di un cervello “plusdotato”:

  • maggior quantità di connessioni neuronali che collegano tutte le regioni cerebrali: questo conduce a un continuo flusso brulicante di informazioni, che incrementa il potenziale cognitivo ma allo stesso tempo può essere fonte di confusione, sovraccarico e fatica mentale, ipersensibilità, difficoltà a esprimere le proprie idee;
  • maggior rapidità di trasmissione degli impulsi neuronali (stimata in cinque cm in più al secondo per ogni punto del QI in più). Questo comporta l’elaborazione di un numero maggiore di dati per unità di tempo rispetto alla media, ma anche una frenesia mentale difficile da tenere a bada;
  • le informazioni vengono spesso processate in simultanea e da più regioni cerebrali contemporaneamente: questo può rendere difficile selezionare quelle utili al momento; ma può anche costituire la base del cosiddetto “intuito”. Il plusdotato spesso è carente nella “inibizione latente”, cioè quella funzione automatica che permette di selezionare ciò che ci serve in un dato momento mantenendo in background tutto il resto (per esempio il suono dell’orologio nella stanza, un odore a cui siamo abituati ecc.);
  • pensiero arborescente: un particolare tipo di flusso mentale che, contrapposto a quello classico del pensiero lineare (molto efficiente nella logica), genera una rete di impulsi a partire da un’istruzione/stimolo: questo rende più difficile l’organizzazione delle informazioni necessaria al ragionamento logico e all’espressione del linguaggio, ma allo stesso tempo è foriera di intuizioni (dovute anche a circuiti “sotterranei” e impercettibili alla coscienza). A volte un plusdotato concepisce idee e soluzioni creative ma non sa spiegare il processo mentale che l’ha portato a formularle;
  • predominanza dell’attività dell’emisfero destro, più implicato nell’elaborazione delle immagini (mentre il sinistro risulta dominante nella logica, nella matematica e nel linguaggio): questo può portare a difficoltà di elaborazione verbale dei pensieri. Alcuni plusdotati non riescono a comunicare efficacemente ciò che pensano, oppure faticano a farsi capire o a capire le sfumature della comunicazione altrui;
  • analisi continua di ogni situazione, evento, pensiero;
  • iperemotività e ipersensibilità: dovute alla ricca connettività neuronale, che se da un lato conferiscono una dote apprezzata come l’empatia, dall’altro rendono il plusdotato una “spugna” che assorbe ogni piccola sfumatura emotiva dell’ambiente e degli altri, oppure estremamente suscettibile e in preda a violente reazioni emotive al superamento di una soglia;
  • a questo può conseguire un’iperempatia e una lucidità esistenziale esasperate, che possono condurre a esperire continua sofferenza: non si può essere felici in un mondo ingiusto, violento e pieno di dolore. Da piccoli spesso i plusdotati pianificano strategie per cambiare il mondo; crescendo, l’illusione potrà trasformarsi in frustrazione oppure in un ottimo compromesso (se il soggetto si dedicherà alla medicina, al volontariato, alla ricerca ecc.);
  • iperestesia: ovvero l’eccessiva sensibilità dei cinque sensi. Molti bambini plusdotati sono ottimi osservatori, in grado di cogliere qualsiasi dettaglio nascosto, non solo a livello visivo ma anche uditivo. Molti sono ipersensibili al tatto, alle temperature, al rumore ecc. Questa ipertrofia dei sensi può diventare controproducente quando conduce a difficoltà di concentrazione e rigetto per alcuni stimoli che per altri sono normali: per esempio laddove vi sia un’intolleranza ad alcuni tessuti come la lana, a un suono particolare o alle luci. Nella parte più arcaica del loro cervello gli stimoli sono legati a una miriade di emozioni, e molto più intensamente rispetto alla media, con il rischio che prendano il sopravvento;
  • sinestesia: ovvero l’associazione di un senso che è stato stimolato a un altro, dovuta alla connessione di aree sensoriali diverse. Alcuni plusdotati possono, per esempio, percepire lettere e numeri colorati, oppure “vedere” la musica nella propria mente, “sentire” i colori o parlare di un sapore come se fosse una forma geometrica.

Da piccoli

I bambini “plusdotati” spesso si riconoscono fin dalla tenera età: in genere imparano precocemente a parlare e a leggere, il loro vocabolario è ricco, e una delle caratteristiche più distintive è il continuo porre domande esistenziali. Sono più curiosi rispetto alla media e non si accontentano di risposte evasive: vogliono conoscere fino in fondo il funzionamento di un oggetto, ma anche della vita, della morte e dell’universo.

Come qualsiasi persona, il percorso di vita dei “plusdotati” subisce destini diversi a seconda di temperamento, ambiente ed educazione. Il problema, per loro, è che vivendo tutto in modo più intenso subiscono più ferocemente le eventuali avversità della vita. La crescita in un contesto disfunzionale può far sì che la plusdotazione si rivolti contro il bambino, che rischia di diventare un adulto sofferente, funzionante al di sotto delle sue potenzialità. In molti casi può succedere che il bambino venga trattato come un “privilegiato” (secondo la credenza comune per cui la plusdotazione sia esclusivamente un vantaggio) finendo schiacciato dalle aspettative sociali, oppure che percepisca come fallimentare la sua vita se, poco supportato nelle sue precocità, finirà per perderle. Si parla di “asincronia” (o “dissincronia”) quando lo sviluppo intellettivo e quello emotivo non vanno di pari passo: per esempio se si sviluppa un’incapacità sociale dovuta all’incomprensione degli altrui atteggiamenti e al sentirsi su un altro mondo, fuori fase.

In età scolare i plusdotati rischiano spesso di fraintendere le consegne (magari perché le trovano troppo semplici), di provocare gli insegnanti con continue domande e osservazioni, di ritrovarsi troppo avanti rispetto al programma scolastico. E qui veniamo alla noia, tanto evidenziata dai media eppure con una connotazione diversa da quella comune. Il bambino plusdotato si sente frustrato da lezioni troppo semplici, ripetitive o su argomenti che già padroneggia alla perfezione. Durante le lezioni, paradossalmente, inizia a distrarsi, a rimuginare, magari a disturbare. A peggiorare le cose possono aggiungersi il bullismo dei coetanei o la trascuratezza da parte degli insegnanti che non considerano le sue esigenze perché “non ne ha bisogno”. Ancora, potrebbe subire uno sfasamento tra la sua intelligenza “diversa” e il rendimento scolastico, che inspiegabilmente inizia a calare con gran disappunto di genitori e insegnanti, innescando in lui un senso di fallimento.

Tutto ciò non avviene se il bambino plusdotato cresce in un contesto familiare equilibrato e sicuro e se il suo percorso scolastico viene arricchito: allora le sue potenzialità possono dispiegarsi in maniera armoniosa senza comprometterne lo sviluppo affettivo ed emotivo.

In Italia esistono varie associazioni nate per fornire questo supporto, con una rete di professionisti e genitori e l’organizzazione periodica di eventuali laboratori:

Step-net onlus

Aistap

MenteComportamento

Eurotalent Italia

Gate Italy

LabTalento

Bibliografia:

Siaud-Facchin, J. Troppo intelligenti per essere felici, Rizzoli 2016

Plusdotazione: un dono di natura

Gli allievi detti “superdotati” e la scuola

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