Il giardino è una costante nella storia delle civiltà umane: che cosa spingeva l’uomo ad applicarsi nella creazione di questi spazi verdi?

Probabilmente sentiva la necessità di un angolo tutto suo, protetto, in cui la natura cessava di incutere timore e richiamasse paradisi perduti. Un angolo in cui dimostrare il proprio prestigio sociale attraverso la capacità di forgiare la natura a piacimento, rendendola produttiva a proprio beneficio. Ma anche un piccolo luogo che appagasse la vista e l’olfatto. Nel tempo ha poi acquisito funzioni diverse, tra cui quella salutistica e psicologica, una sorta di ristoro per l’anima nel mezzo del caos della città e della vita.

Le presenze fondamentali del giardino sono:

  • l’acqua
  • la vegetazione
  • la delimitazione dello spazio “privilegiato”: la parola “giardino” deriva infatti dall’antico termine francofono yard o gardo (delimitazione), e ciò è parallelo alla simbologia del paradiso (dall’antico persiano pairidaesa= “luogo recintato”).

Il giardino è a suo modo un’opera d’arte che, diversamente dalle altre, si vive con tutti i sensi e unisce l’aspetto antropico con quello naturale, che mantiene i propri requisiti pur essendo più o meno dominato dall’uomo, a seconda degli stili.

Storia del giardino

La forma più antica di giardino propriamente detto risalirebbe all’epoca babilonese (VIII sec. a.C.), benché le fonti storiche, provenienti per ora soltanto dalla documentazione classica, non siano certe. Secondo greci e romani facevano parte delle Sette Meraviglie del mondo antico: si trattava di giardini pensili costruiti su grandi terrazze sorrette da arcate e pilastri (probabilmente riempiti di terriccio) sulle rive dell’Eufrate, da cui veniva sollevata l’acqua per l’irrigazione. Dovevano essere forniti di alti alberi, piante officinali e opere idrauliche molto avanzate per l’epoca. Purtroppo non sono mai state ritrovate prove della loro esistenza.

I giardini dell’antico Egitto sono quelli di cui si hanno le prime notizie storiche, e il loro fulgore si ebbe con l’ottava dinastia (1500-1300 a.C.) andando a integrare ogni architettura civile e religiosa, cosa resa possibile dalla fertilità del territorio.

Il giardino tipico era rigorosamente geometrico, con al centro l’elemento acquatico (vasca, peschiera, canale) attorniato dalle piante tipiche della tradizione mediterranea quali palme, viti, fichi e papiri. Recintato da mura, rappresentava un luogo intimo di svago e delizia, protetto dalle asperità del deserto. Era così vitale per gli egizi che le tombe dei defunti erano tappezzate di dipinti raffiguranti giardini, segno che avrebbero dovuto goderne anche nell’aldilà.

la struttura del giardino del Taj Mahal ricorda molto l’antica quadripartitura persiana

Il giardino in Persia (a cui si ispirano le tessiture dei tappeti persiani) era ancora più sfarzoso e si considera il precursore dell’odierno parco. Un piccolo paradiso (pairidaesa, appunto) nel deserto, un’oasi in cui trovare riparo dal vento sabbioso.Esso riuniva le caratteristiche geometriche del giardino egizio con quelle boscose del babilonese. Rispetto al primo, però, aveva dimensioni maggiori e seguiva la fertilità della campagna anziché la geometria perpendicolare dei canali. I quali erano comunque quattro, si incrociavano al centro in una vasca con pesci e raffiguravano i fiumi del paradiso. In ogni frazione vi si trovava un profluvio di fiori (peonie e rose erano le più apprezzate) e piante da frutto tipiche dell’oasi (palme, agrumi, melograno, vite, fico). Questi luoghi conobbero il loro maggior splendore durante il regno di Ciro il Grande nel VI sec. a.C. (del quale si narra che piantasse personalmente i suoi alberi) e avevano funzione di culto ma anche estetica e di contemplazione.

piccolo tempio dedicato ad Apollo

Nell’antica Grecia il giardino, posizionato accanto ai luoghi pubblici come templi, palestre e scuole, perse la sua funzione artistica, religiosa e alimentare per diventare più un luogo di ritrovo e di benessere psicofisico. Nei giardini costruiti intorno alle scuole si tenevano lezioni, si passeggiava e si dialogava. Partito come recinto sacro attorno ai templi della Grecia classica, si evolse fino a diventare, durante il periodo ellenistico, un complesso di realizzazioni ingegnose: dalle fontane con getti elaborati ai marchingegni a forma di strumenti musicali o divinità. L’espansione della Grecia fino alle terre orientali l’aveva messa in contatto con lo sfarzo persiano, che si tradusse in un rinnovato interesse per il giardino lussuoso. Teofrasto, filosofo vissuto tra il quarto e il terzo secolo a.C., diede grande impulso alle conoscenze agrarie dell’epoca grazie ai suoi Trattati botanici.

A Roma, i primi giardini erano semplicemente piccoli orti (hortus= luogo cinto, chiuso) annessi alle abitazioni, deputati alla produzione alimentare. Inizia la concezione del giardino come estensione della casa. Erano piccoli appezzamenti attraversati da un canale centrale (euripo) che irrigava alberi sempreverdi (corbezzolo, alloro…), erbacee (tra cui felci) e fiori (tra cui rose, viole e gigli). A differenza degli altri giardini non era delimitato da mura ma da alberi frangivento: platani (simbolo di forza) e cipressi (simbolo della luce e dell’immortalità). L’egemonia della civiltà romana e il suo progredire economico e culturale condusse alla crescente attenzione per il giardino, che subì l’influenza dei “paradisi” orientali e della raffinatezza ellenica. Si consolidarono le conoscenze in ambito agronomico, con notevole impulso di alcune coltivazioni, come quella dei salici per la produzione di vimini, della quercia per l’alimentazione dei maiali e del mirto per la creazione di coroncine decorative. Iniziava a crescere, nei confronti del verde, anche l’interesse ambientale del verde, contrapposto all’affollamento urbano. L’elemento acquatico era molto presente, in quanto motivo di vanto per la civiltà romana.

A partire dal primo secolo a.C. le ville di campagna, prima più simili a fattorie con annessi uliveti e vigneti, diventarono eleganti residenze per esercitare l’otium lontano dalla città, grazie ai viridaria, maestosi giardini divisi in due parti:

  • una più piccola e più vicina alla casa, con la presenza di aiuole quadrangolari delimitate da siepi basse, statue e vasche con pesci; spesso si cercava un continuum dall’esterno all’interno dell’abitazione, con un ampio ingresso e affreschi di alberi sulle pareti;
  • una più grande ricavata dal bosco circostante opportunamente domato e abbellito con scalinate, templi, statue, pergolati. Venivano inoltre creati degli scorci ridimensionando la vegetazione negli angoli più panoramici.

In questo periodo si sviluppò l’ars topiaria, con cui si creavano forme geometriche o artistiche attraverso la potatura di bossi, ligustri e tassi. Seguendo il gusto della metamorfosi, tanto cara alla mitologia, il vegetale si trasformava in essere animale o antropomorfo. A far risaltare la ricca vegetazione era lo splendore dei marmi che costituivano le colonne, i porticati, i ninfei e le fontane. Costante era la presenza di volatili quali pavoni, colombi e aironi.

il pavone, animale sacro a Era, con i cento occhi del gigante guardiano Argo

Una famosa testimonianza di questi giardini si trova a Sirmione (terme di Catullo).

Dopo la dissoluzione dell’Impero crollò l’era dei giardini e una loro parvenza sopravvisse nei chiostri dei monasteri medievali (ricavati spesso dal cortile delle dimore romane in rovina): nelle aiuole e nell’hortus conclusus, che simboleggiava l’Eden. Era suddiviso da quattro viali che ricordavano i quattro fiumi del paradiso e si incrociavano al centro, dove si collocava il pozzo o l’albero della vita. Vi si trovavano il viridario (alberi e arbusti sempreverdi con funzione di frangivento), il pomario (alberi da frutto) e il verziere (piante orticole, floricole e officinali). Per l’importanza che ebbero le colture medicinali presso i monasteri, questi horti venivano anche definiti “giardini dei semplici” e contribuirono al processo medico-scientifico dei secoli a venire. La coltivazione, che nella società cristiana aveva perso la sua funzione artistica, assumeva un significato di sacrificio e crescita spirituale.

Gradualmente, durante l’era delle signorie, il giardino cominciò a uscire dal chiostro e a diventare un affare del feudo, sempre delimitato dall’avverso mondo circostante tramite alte mura, le quali però erano sempre più lontane dalla vista. Il giardino diventò una piccola oasi di frutti, fiori e acqua zampillante, simbolo di giovinezza, vita e giochi.

L’involuzione culturale del giardino che aveva investito l’Europa non aveva in realtà intaccato Bisanzio, il cui interesse per i giardini antichi era continuamente rinfocolato. Dall’arte persiana sempre in voga andava diffondendosi (grazie all’espansione araba) il giardino ispano-moresco, che si ispirava al paradiso maomettiano, con funzione religiosa e di meditazione. Esso godeva quindi sia dell’influenza persiana sia di quella bizantina. La sua caratteristica distintiva era la presenza di pavimentazioni colorate (fatte di piastrelle o ciottoli) che sostituivano il tappeto erboso poco adatto ai climi aridi, ed era costituito da aiuole delimitate da siepi, vialetti o canali, frutteti di stampo persiano ed elementi architettonici (colonnati, archi, portici). La loro presenza è ancora rintracciabile in Sicilia e in Spagna.

Alhambra, Granada

Durante il Rinascimento il giardino tornò di nuovo in auge con le “villeggiature”, soprattutto nel Cinquecento presso le corti papali e le ville dei Medici, ispirandosi a quello romano. Ricompariva quindi la divisione in due parti, una più vicina alla residenza nobiliare e l’altra più lontana; ma a differenza dell’epoca romana il giardino vero e proprio era solo la parte contigua all’abitazione, mentre il resto era dedicato ai campi agricoli o alla zona di caccia. Il “manierismo” dell’epoca (l’arte canonizzata in schemi prefissati) condusse alla ricerca della geometria e delle proporzioni. Leon Battista Alberti fu uno dei maggiori teorizzatori dei principi del giardino rinascimentale.

Tornavano gli elementi tipici dello stile classico come statue, panchine, pergolati, ninfei, grotte; a questi si aggiugevano rovine e reperti archeologici decorativi. L’elemento acquatico ritornò decorativo oltre che funzionale, con fontane, cascatelle, stagni e perfino giochi d’acqua, che simboleggiavano la dominazione della natura da parte dell’uomo oltre che il prestigio sociale della famiglia (solo chi godeva di un certo benessere economico poteva permettersi di usare l’acqua con scopi diversi da quelli del consumo o della coltivazione).

Spesso era presente un “giardino segreto” in cui si coltivavano le specie da fiore: un piccolo appezzamento collegato al giardino principale da un pergolato e delimitato da alte siepi, adibito a momenti di ritrovo e di gioco. Un esempio è quello di Villa Medici a Fiesole.

giardino segreto

Il giardino all’italiana

Particolare tipo di giardino rinascimentale nato in Toscana, si diffuse poi in tutta Europa e fu caratterizzato dalla struttura geometrica e formale: la dominazione completa dell’uomo sulla natura. Aiuole e vasche simmetriche, viali perpendicolari, arbusti e siepi di forma regolare (ars topiaria) con specie possibilmente sempreverdi, per conferire un senso di uniformità temporale, e a foglia piccola per facilitare la potatura (leccio, faggio, carpino). Il carpino, in particolare, era l’albero preferito per la creazione di lunghe muraglie di siepe (carpinate), labirinti, finte forme architettoniche (archi, pilastri ecc.) grazie al suo fitto portamento. La superficie doveva essere perfettamente pianeggiante; laddove non fosse possibile il terreno veniva “disciplinato” attraverso terrazzamenti nascosti da scaloni che univano i diversi piani coltivati ad aiuole o a prato. A volte, per far risaltare gli arbusti e le siepi, il prato veniva sostituito con una pavimentazione in pietrisco (bianco o colorato).

Il labirinto, una delle caratteristiche tipiche del giardino all’italiana, è costituito da siepi di carpini, bossi o lauri, e rappresenta il percorso tortuoso della vita, che bisogna affrontare per raggiungere la luce (il superamento delle proprie paure, un obiettivo spirituale ecc.)

giardini all’italiana di Bisuschio (Varese)

Nel Seicento, con le monarchie assolute, si apre il periodo del giardino barocco: il tipico giardino dall’estensione infinita, con lunghi canaloni che, riflettendo il cielo, fanno perdere il senso dello spazio. In pratica, il rafforzamento del concetto di supremazia già tipico del giardino all’italiana. Ne sono esempio Versailles e Caserta.

Il giardino francese inizia a differenziarsi da quello all’italiana non soltanto per la maggiore superficie e per gli enormi specchi d’acqua, ma anche per l’introduzione di parterres (disegni fatti con aiuole e sabbia o ghiaia colorata), padiglioni e orangeries (serre per il ricovero invernale degli agrumi).

Il giardino inglese

Il giardino inglese nacque nel XVIII secolo un po’ come risposta alla geometria e alla formalità eccessiva dei giardini italiani e francesi, contrapponendovi uno stile più “naturale” (seppur guidato), e si diffuse in tutta Europa insieme alla sempre maggiore influenza culturale inglese e al Romanticismo. La liberalità del Parlamento e della borghesia in contrapposizione al potere assoluto francese si rispecchiò anche nella struttura del giardino.

giardino all’inglese

In questo caso l’irregolarità delle forme e del terreno erano addirittura ricercate (venivano creati appositamente pendii e dislivelli), le specie vegetali crescevano in modo libero ed erano bandite le drastiche potature topiarie. Era voluta anche una certa mutevolezza: le piante sempreverdi non erano più predominanti e il giardino cambiava colore e aspetto al variare delle stagioni. Inoltre si ricercava il movimento, grazie ai corsi d’acqua lasciati scorrere liberamente. Il giardino era solitamente delimitato da un profondo fossato e non presentava costruzioni artificiali; venivano invece introdotti animali selvatici. In Italia, un esempio di giardino all’inglese è quello di Villa Belgiojoso Bonaparte a Milano, inaugurato a fine Settecento: un vero e proprio parco di due ettari.

I parchi di Villa Annoni a Cuggiono (MI) e di Villa Litta a Lainate (MI) presentano sia la parte all’italiana che il bosco all’inglese.

Il giardino eclettico

Tra l’Ottocento e il Novecento si fece strada lo stile eclettico (o storicistico), che univa stili diversi in modo armonico e graduale: per esempio, l’informalità del giardino inglese con elementi classici (terrazze, statue, archi), esotici (pagode, piante alloctone) e storici (tempietti, costruzioni in stile gotico o rinascimentale). Una caratteristica innovativa è la mosaicoltura: la creazione di un mosaico naturale accostando piante e fiori di colori diversi. Un esempio, in Lombardia, può essere Villa Toeplitz a Varese.

serra presso Villa litta di Lainate (Milano)

Nell’Ottocento si diffondeva anche il suggestivo giardino d’inverno, favorito dall’abolizione della tassa sul vetro e dal progresso del settore della coltura protetta, che permisero l’installazione di serre ispirate alle antiche orangeries francesi e ora dedicate alle piante esotiche. Nello stesso periodo andò crescendo, soprattutto nei grandi agglomerati urbani di Londra e Parigi, l’esigenza del verde pubblico non solo come decoro, ma soprattutto per la salute (un’oasi nell’inquinamento e nello stress della rivoluzione industriale) e per la scienza (studio di specie botaniche medicinali o agronomiche). Viali alberati, risanamento urbano, conversione a parco pubblico di alcuni giardini reali, progettazione di nuovi spazi verdi sono alcune delle misure intraprese nell’ambito di questa evoluzione.

Gli stili di oggi

Negli ultimi secoli nuovi stili si sono affermati e diffusi in tutto il mondo.

Il giardino cinese è una sorta di paesaggio in miniatura costituito in modo da rendere osservabili diversi scorci da direzioni differenti. Questo era possibile sfruttando la tortuosità di tronchi, rami e corsi d’acqua e la malleabilità dell’elemento roccioso, utile per creare rilievi, guglie, dislivelli ecc. Le piante che si prestano a essere modellate in questo modo sono alcune specie di pino e carpino. Caratteristiche sono anche le grosse radici che abbracciano le rocce, in modo da formare un tutt’uno.

Il famoso giardino giapponese riprende quello cinese; le sue caratteristiche principali sono il rifiuto delle geometrie forzate, la concentrazione sulle particolarità della natura, la capacità di conferire una sensazione di spazio pur in piccole estensioni e la diversa simbologia di ogni elemento nelle sue differenti variazioni. Il giardino zen è un tipo di giardino giapponese quasi esclusivamente minerale (costituito, ad esempio, da mucchi di pietre su una superficie di ciottoli o sabbia bianca).

Uno stile che ben si presta alle nostre latitudini è quello del giardino roccioso, adattabile all’ambiente montano e marino ma usato anche per ricreare paesaggi diversi in pianura, per esempio alpino, calcareo (tipico delle zone collinari e submontane), siliceo; ognuno con le specie più consone al terreno.

Il giardino mediterraneo è il risultato della lunga tradizione romana, greca e araba. È uno stile che si è adattato al clima torrido estivo con inverni miti e piovosi, e che sfrutta la macchia mediterranea: un tipo di vegetazione arbustiva sempreverde resistente al calore e all’aridità (lentisco, corbezzolo, mirto, alloro, piante aromatiche, cisto, ginepro…) Sono inoltre utilizzati alberi autoctoni (leccio, sughero, pino marittimo ecc.) e piante grasse. ma anche specie esotiche naturalizzate nel tempo (olivo, fico, melograno, agrumi, acacia, agave, fico d’india). Nel caso di un giardino al mare, la scelta deve ricadere su specie resistenti al vento, all’azione abrasiva della sabbia e alla salsedine, eventualmente ponendole a protezione di altre specie più sensibili. Un’altra caratteristica è l’utilizzo della pietra (muretti a secco, piccole costruzioni, aiuole, sostegni per piante rampicanti o tappezzanti, pacciamatura).

Il giardino di oggi è un insieme di stili non definiti, con lo scopo principe di sfruttare al meglio lo spazio limitato. Le strategie più utilizzate sono:

  • la creazione di un percorso tortuoso e intricato di vialetti, in modo da allungare la passeggiata;
  • l’uso di elementi decorativi che attraggono l’attenzionee spingono alla contemplazione, espandendo la concezione del tempo di visita (fioriere, aiuole, piante particolari);
  • rendere meno visibili i confini del giardino tramite elementi che ne nascondano la vista.

Il giardino moderno risponde al bisogno ancestrale dell’uomo di avere un angolo appartato e protetto, dove rilassarsi e godere della natura in un mondo caotico. Scriveva nell’Ottocento uno dei più famosi scrittori di giardinaggio amatoriale, Shirley Hibberd:

”… proprio nelle città più buie i fiori dovrebbero servirci ad allontanarci di tanto in tanto dalla febbre del lavoro, facendoci ricordare infanzia e casa paterna, il nostro primo amore e le nostre prime passeggiate, il sorriso e i baci di nostra madre, il pensiero di raggiungere la dorata California… che possiamo ritrovare in un campo di ranuncoli”.

Conforti Calcagni, Bellissima è dunque la rosa, 2003, IlSaggiatore, Milano

Zoppi, Storia del giardino europeo, 1995, Laterza, Bari

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui