Come già trattato in questo articolo, il verde urbano produce effetti benefici non solo a livello fisico, ma anche psicologico.

Duranti gli ultimi 20-30 anni è cresciuto l’interesse per gli effetti che le piante e la loro cura producono sulla psiche umana, ma tali effetti avevano già incuriosito gli uomini sin dall’antichità.

Storia dell’ortoterapia

Risalgono al Settecento i primi accenni seri all’argomento. Il medico Benjamin Rush (1746-1813), uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, fu uno dei primi a teorizzare, in un suo saggio del 1812 dedicato alle malattie mentali, che occuparsi dell’orto e del giardino permette un migliore recupero rispetto al tradizionale trattamento riservato ai malati psichiatrici (coercizione, isolamento ecc.)

Durante il secolo scorso nacquero i primi programmi scientifici che strutturavano una riabilitazione fisica e psichiatrica tramite la coltivazione. Questa necessità era dovuta alle varie calamità che caratterizzarono la prima metà del Novecento, dalle guerre mondiali, che causavano profondi traumi e disadattamento nei sopravvissuti, alle numerose epidemie, tra cui l’encefalite letargica ben descritta nel libro Risvegli di Oliver Sacks.

Dopo gli anni Cinquanta, in America iniziarono a diffondersi percorsi universitari dedicati all’ortoterapia, e associazioni di volontari che promuovevano lo sviluppo e il riconoscimento di tale pratica a livello mondiale in ambiti come ospedali, scuole ecc.

Nei decenni si è poi perfezionata quella che è l’odierna “terapia delle piante” con le sue sfaccettature: dagli orti sociali all’educazione ambientale nelle scuole, dai programmi di riabilitazione dedicati a disabili, depressi o malati psichiatrici alle attività rieducative nelle carceri e nelle comunità per tossicodipendenti.

Alcuni autori odierni distinguono il semplice giardinaggio dall’orticoltura vera e propria: il primo migliora il benessere delle piccole comunità che condividono gli stessi interessi e del singolo attraverso la produzione di fiori e frutti, la seconda è invece incentrata sul rapporto uomo-pianta, mentre il prodotto della coltivazione appare secondario. Ma anche in questo caso si può considerare un “livello superiore” denominato socio-ortoterapia: l’insieme delle relazioni tra piante, esseri umani (singoli o comunità) e ambiente, e lo studio di come esse possano migliorare la qualità di vita.

L’ortoterapia non è una “cura” vera e propria, ma una terapia complementare da affiancare alle altre, con funzioni di sostegno ma anche di prevenzione. Inoltre produce benefici sul benessere in generale, quindi può essere sperimentata da chiunque.

Benefici

  • stimolazione cognitiva: a livello di memoria, attenzione e apprendimento di attività complesse;
  • sostegno in caso di cali dell’umore e depressione;
  • miglioramento della coordinazione motoria;
  • miglioramento della percezione sensoriale;
  • effetti positivi sull’autostima: i risultati del proprio lavoro sono immediatamente percepibili nella crescita della pianta, nella fioritura e nella produzione di frutti; questo genera soddisfazione e la sensazione di essere utili;
  • aumento dell’inventiva, della creatività e del senso di responsabilità nei confronti di esseri viventi e di piccoli ecosistemi da preservare;
  • effetti positivi sulle relazioni sociali (collaborazione, condivisione);
  • riduzione dello stress.

Modelli di ortoterapia

  • Giardini accessibili: spazi adattati alle esigenze e alle difficoltà di persone con disabilità psicofisiche o dovute all’età. Questi sono spesso associati a istituti di riabilitazione o case di riposo, dove leniscono il senso di isolamento e di impotenza sperimentati dai ricoverati. Essi vengono coinvolti nella gestione delle colture sia a livello mentale (processazione delle informazioni e delle istruzioni ricevute, conoscenza dei nomi botanici) sia fisico (preparazione del terreno, irrigazione, propagazione delle piante), con miglioramenti tangibili. Una delle operazioni significative dell’ortoterapia in questi ambiti è la cartellinatura della pianta, tramite la quale il paziente stabilisce un legame con la pianta stessa, che produce un arricchimento psicologico. Nel 1995, in base alla loro positiva esperienza (coinvolgimento di un uomo con problemi psicofisici nella raccolta e nella selezione di semenza), Shoulders e Wray emanarono le prime linee guida per la gestione di tale intervento. Un giardino accessibile deve essere progettato in modo da eliminare ogni barriera architettonica e facilitare l’accesso a tutte le categorie (presenza di segnaletica, parcheggi appositi, percorsi interni per permettere spostamenti); deve poter disporre di personale specializzato (educatori, assistenti); deve essere dotato di attrezzi speciali e la scelta delle tecniche e del materiale vegetale è diversa da quella tipica di un normale giardino. Nel caso dei non vedenti, per esempio, si scelgono piante che possiedono caratteristiche sensoriali ben marcate (fiori con profumazioni particolari, foglie con superficie riconoscibile al tatto) e si usano etichette in braille. Esistono anche corsi che insegnano a creare, a casa propria, uno spazio verde dove passeggiare in modo sicuro e godere di più stimolazioni sensoriali possibili. Dal mondo anglosassone ha preso piede il giardino botanico che organizza dimostrazioni e programmi educativi per insegnare a mantenere il proprio spazio verde. Questa diffusione apporta vantaggi sia dal punto di vista economico (aumento dei posti di lavoro sia per i professionisti che per i destinatari degli interventi, specializzazione nella progettazione del verde) sia del benessere sociale.
  • Giardini scolastici: non solo per i bambini con problematiche psicofisiche ma anche in generale, per riavvicinare i più piccoli alla natura. Con l’inurbamento il contatto dei bambini con il verde è andato diminuendo: già nel Settecento si tentò un parziale recupero con l’assegnazione di un giardino a ogni scuola. In Italia questo è stato fatto dalle Scuole Montessori (vedi articolo) a partire dagli anni Dieci del secolo scorso. I miglioramenti che apporta la cura del verde inserita nei programmi scolastici si riscontrano a livello dell’autodisciplina, del rispetto e della conoscenza dell’ambiente, della creatività e dello sviluppo cognitivo. Il bambino si sente parte attiva, non più uno spettatore passivo, e acquisisce la consapevolezza del lavoro e dei risultati a cui il suo impegno può condurre. Un giardino per bambini deve essere ricco di colori, odori ed elementi che suggeriscono movimento: animali, acqua, sentieri, ponti, scale ecc. Durante l’adolescenza, la cura del verde aiuta a migliorare l’autostima, l’autonomia e l’impegno scolastico, e può contribuire a ridurre l’assenteismo.
  • Healing landscapes: giardini che non prevedono necessariamente una partecipazione attiva; il loro effetto è dovuto alla sola presenza di un paesaggio vegetale. A volte basta la sola vista a ridurre lo stress (è appurato che i degenti in camere con finestre esposte su uno spazio alberato recuperano meglio rispetto ad altri); a volte è proprio il tempo trascorso nel giardino a mitigare la depressione e il calo della concentrazione tipici dell’ospedalizzazione. La loro funzione è quella di fornire benefici a livello globale, su corpo e mente. Si trovano principalmente presso ospedali, ospizi e istituti per la riabilitazione, e sono progettati in modo da favorire lunghe passeggiate, una spiccata stimolazione sensoriale ed emozionale (profumi, colori, rumori della natura), il movimento e l’esplorazione, il tutto in un ambiente comunque familiare. Elementi da valorizzare oltre a quello vegetale sono l’acqua, emblema di quiete e serenità, e gli animali (farfalle, uccelli, scoiattoli).
  • Giardini per il recupero sociale: nell’ambito delle carceri e delle comunità la coltivazione (nata inizialmente per il sostentamento della struttura) ha assunto negli decenni una funzione di riabilitatore sociale. Coltivare e osservare crescere una pianta, che non emette alcun giudizio su chi se ne prende cura, alimenta l’autostima e la fiducia nelle proprie capacità. Queste attività possono anche esercitare una certa azione preventiva (soprattutto sui soggetti più giovani) e facilitare il reinserimento lavorativo e l’integrazione sociale. Un esempio è il Vivaio Cascina Bollate, in cui si coltivano piante verdi e floricole.
  • Orti sociali: questi piccoli appezzamenti di terreno in area urbana o suburbana non rappresentano soltanto il tentativo di una parziale autosufficienza, ma hanno anche funzione di aggregatori sociali e di recupero delle aree incolte o abbandonate. Inoltre aiutano a contrastare l’emarginazione.

Corsi e servizi relativi all’ortoterapia sono offerti, per esempio, dalla Scuola Agraria del Parco di Monza e dalla Fondazione Minoprio; ma ognuno di noi può sperimentare in piccolo i benefici della “terapia delle piante” nel proprio giardino o sul proprio balcone, magari seguendo un corso amatoriale di orticoltura.

Ferrini, Horticoltural therapy, Acer 3/2000

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