Ormai è chiaro, il modo di vivere la città e le metropoli (ma non solo) non sarà più come prima, indipendentemente dal punto in cui si analizza la situazione. Come ho già parlato in numerosi precedenti Post legati alla Mobilità, ai ritmi, al clima e alla scuola (Sofia T.) questo avvenimento che ha portato con se una crisi socio-economica-sanitaria globale non può che portare ad un cambiamento, a volte inteso come un ritorno alle origini, a volte inteso come una ricerca d’innovazione, a volte inteso come una nuova scoperta.
Ma ci sono alcuni fattori ridondanti che si trovano in tutte queste ottiche, macro aree; una delle quali è il fantomatico distanziamento sociale, fulcro della lotta al corona-virus.

Flash-Back nel passato

Ebbene si, il concetto di distanziamento sociale è conosciuto fin dagli albori dei tempi, spesso associato ad una serie di azioni legate alla trasmissione di varie infezioni.
In primis, si identifica un primo scritto in cui compare il concetto di “Distanziamento sociale” il libro del Levitico, 13:46: “E il lebbroso in cui è la peste… abiterà da solo; [fuori] il campo deve essere la sua abitazione”.
Capiamo subito che l’atto di separazione tra i singoli o i gruppi di persone è una pratica più diffusa di quanto pensiamo. Sulla stessa lunghezza d’onda molte grandi città con una lunga storia proiettata dal passato ha nei sui archivi lazzaretti e lebbrosari: ambedue luoghi in cui si relegava la vita delle persone affette da patologie fortemente invalidanti, spesso e purtroppo mortali e con un alto tasso di contagio.
Milano ospita molte strutture tra cui musei e università che in passato furono ospedali o lebbrosari, Venezia ne aveva un isola dedicata, e così Firenze e molte altre città.
Scavando un po’ nella storia e nel passato scopriamo quindi che questo distanziamento era già presente, e non privo di scandali.

La solitudine

Proprio dal passato, notiamo anche che i problemi che nascono dal distanziamento sociale non sono poi tanto cambiati nei giorni nostri, e nemmeno nel breve passato.
In primis la solitudine e tutti i suoi derivati: già nel tardo medioevo ci sono raffigurazioni e scritti dei problemi derivanti da solitudine, spesso definito un male devastante tanto quanto la malattia di cui ne è causa più o meno diretta.
Ansia, depressione, farneticazioni e pazzia, tutti riportati in scritti di epoche ormai molto lontane, ma che si rispecchiano perfettamente anche ai giorni d’oggi, nei casi più estremi .
Ma non solo, la perdita della produttività, conseguenza diretta di un assenza di stimoli e confronti con la società che ci circonda. In fine la perdita di tutti i vantaggi derivanti dalla società stessa, e dai nostri contatti diretti.

Ma non è tutto nero

Grazie a Dio, oggi non viviamo una vera e totale separazione dalla società, ma soltanto un distanziamento. Il famoso metro (due per gli sportivi) d’attenere in tutte le nostre relazioni sociali extra familiari (conviventi) ci permette comunque di dialogare, vederci, avere un contatto magari meno intimo, ma pur sempre veritiero. E a volte anche più genuino, lka difficoltà del momento ci ha spogliati di mille maschere che prima celavano, a volte, noi stessi agli occhi degli altri e viceversa; per lo meno in parte.
E poi abbiamo la tecnologia: possiamo sentirci, vederci, lavorare, giocare e scambiarci informazioni a distanza, per sentirci un po più vicini nonostante la separazione.

Spesso poi da un periodo di isolamento possiamo avere delle grandi rivelazioni: il rimanere soli ci permette di effettuare un introspezione, un esame di coscienza e capire cosa di noi, forse, va corretto, migliorato, innalzato ad un livello superiore.

La natura ci insegna

che dalla notte si gode del giorno, dalla pioggia il sole e dall’inverno la primavera.
Così, da un periodo di tranquillità, è nostro compito trovare e far fiorire una nuova stagione più equilibrata della precedente. Abbiamo il dovere di migliorare noi stessi in questo periodo di quarantena, abbiamo il dovere di avere dei ritmi più naturali, di rispettare il mondo e la natura, ma anche di rispettare NOI e gli ALTRI alla stessa maniera, tutti quanti.

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