La storia di Jyoti Kumari e del suo papà Mohan Paswan ha fatto il giro del mondo come un bellissimo esempio di forza e di amore. La giovane ragazza indiana di 15 anni ha infatti intrapreso questo lungo viaggio della speranza tra il 9 e il 16 maggio scorsi, dalla città di Gurugram, vicino New Delhi, fino al loro villaggio nello stato di Bihar: lei ai pedali, lui sul sellino posteriore tenendo in mano tutti i loro averi. Paswan, che a causa di un infortunio non era in grado di camminare, aveva trovato lavoro come guidatore di risciò a motore. Con il lockdown deciso dalle autorità indiane per frenare il contagio da coronavirus, si era trovato improvvisamente senza occupazione insieme ad altri milioni di lavoratori immigrati. Senza più soldi per mangiare e con il blocco dei trasporti pubblici, insieme alla figlia hanno quindi deciso di investire tutti i loro averi in una bicicletta di seconda mano per tornare al villaggio. L’impresa è stata notata dalla Federazione indiana di ciclismo, che ha offerto alla giovane l’opportunità di partecipare alle selezioni per il team nazionale.

Image: Twitter/@Radheshyam_01
“Ha coperto la distanza in 7 giorni con il padre e il bagaglio. Penso che ci sia qualcosa di speciale in lei… questo livello di resistenza”, ha detto il presidente della federazione Onkar Singh

Voglio prendere spunto da questa bella storia per tracciare una brevissima storia della bicicletta attraverso tre modelli storici e di come le due ruote è stata importante per l’emancipazione femminile. Scopriamo come!

Il genio di Leonardo

La Draisina

Le biciclette più o meno come le conosciamo esistono da circa 200 anni, ma i primi modelli erano difficilissimi da guidare e molto pericolosi. Troviamo già nei disegni del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci un primo prototipo ma dobbiamo aspettare il 1817 dell’aristocratico inventore Karl Dreis per avere la prima “bicicletta” chiamata Draisine, o Draisienne o Draisina.

Il suo inventore la chiamava Laufmaschine (macchina per correre). Dreis ha progettato diverse macchine, tra cui una macchina da scrivere a tasti, chiamata Schnellschreibklavier (“pianoforte per scrivere rapido”), un tritacarne, un estintore, un riflettore a luce solare e un sottomarino munito di periscopio.

La draisina aveva due ruote collegate e allineate, di cui l’anteriore sterzante (a differenza del settecentesco celerifero, con le ruote fisse) ma senza pedali né freni, per la cui propulsione è necessario che il guidatore, seduto sul sellino come nelle attuali biciclette, eserciti una spinta puntando i piedi sul terreno. Sempre tramite l’uso dei piedi, il guidatore può anche frenare. Era generalmente di legno rinforzata con elementi di ferro, pesava circa 22 kg e poteva raggiungere una velocità di 15 km/h in media a causa della cattiva qualità delle strade e della bassa efficienza del sistema di propulsione adottato (veniva chiamata boneshaker, scuotiossa, a causa delle vibrazioni del terreno). Nei 50 anni della sua diffusione la draisina rimase un mezzo per il puro divertimento, utilizzato sia dai giovani borghesi che dagli aristocratici, tanto da essere chiamato, in Inghilterra, hobby horse (cavallo da divertimento).

Una draisina moderna: la bici pedagogica per bambini!

Il biciclo e il velocipede

Con i suoi 45 kg di peso, nel 1869/70 arrivò il biciclo, grazie a due inventori: uno francese (Eugène Meyer) e uno inglese, che ne produsse vari modelli (James Starley). La denominazione inglese penny-farthing proveniva dalle vecchie monete britanniche penny, più grande, e farthing, più piccola, ad indicare una similitudine con l’accoppiata della ruota anteriore più grande (penny) che guida la ruota piccola (farthing).

Infatti, il biciclo faceva uso di una ruota anteriore più grande rispetto agli altri velocipedi (fino a 2 metri, tanto che per salirvi erano necessari anche dei gradini) il che consentiva di raggiungere maggiori velocità in tutte le condizioni tranne che nelle salite. La ruota grande, inoltre, faceva sentire di meno le asperità del terreno: all’epoca le strade asfaltate erano poche.

Il risvolto negativo era costituito dalla maggiore altezza dal suolo, che per il guidatore poteva comportare incidenti da caduta anche mortali, in particolare per via del rischio di cadute in avanti causate da asperità del terreno o durante la frenata (i pedali erano collegati direttamente alla ruota che aveva il rocchetto fisso).

Un moderno cultore di biciclette vintage

La bicicletta di sicurezza

Facciamo ancora un salto evolutivo, sul mercato viene introdotta la Rover Safety, in tutto molto simile alle bici di oggi, ulteriormente migliorata nell’anno 1885 con l’adozione della trasmissione a catena e dal ridimensionamento delle ruote. Un ulteriore upgrade si ha nell’anno 1888 quando la ditta del Sig. Boyd Dunlop brevetta il primo pneumatico con camera d’aria gonfiata a pressione e con involucro di tela e strisce di gomma: applicato alla Rover Safety, rende più agevole l’uso della bici sulle strade accidentate di allora.

L’utilizzo della bici conosce un impulso ed una maggiore diffusione, grazie anche al calo dei prezzi, diviene più accessibile ed alla portata di tutti.

E le donne?

Come detto sopra, in questo periodo le biciclette si sono fatte un po’ più semplici – già l’avere due ruote delle stesse dimensioni migliorò molto le cose – e di conseguenza meno care e sempre più diffuse. Restava però difficilissimo usarle per le donne, spesso vestite con ingombranti abiti, che rischiavano di finire tra i raggi e la catena e, più semplicemente, davano molto fastidio. Alcune donne iniziarono quindi ad abbandonare quei vestiti per metterne di più comodi, tipo dei pantaloni o delle gonne-pantaloni. Ovviamente alcuni uomini criticarono la cosa e alcuni medici dissero che andare in bici faceva male e creava problemi. Le biciclette però erano utilissime e le donne continuarono a usarle, e la scelta contribuì alla loro emancipazione.

Eleganti signore in bicicletta in epoca vittoriana.
Fonti: Repubblica.it bikeitalia.it freeda.it Wikipedia.it Pinterest per le foto.

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