In quanto scrittrice, ho sempre dato molta importanza alle parole e ai benefici che una persona può trarre dalla scrittura. Ognuno di noi scrive per i motivi più disparati. C’è chi scrive perché ha una passione e dà vita a romanzi e racconti, magari con l’ambizione di pubblicarli; c’è chi scrive un diario per un determinato periodo di tempo, per mettere su carta le proprie emozioni, e chi affida alla parola scritta il potere terapeutico.

In quanto fondatrice e Presidente dell’Associazione di volontariato Adolescenti e cancro, dall’anno di fondazione (2014) a oggi ho ricevuto tantissime storie di ragazzi che stanno vivendo o hanno vissuto la malattia oncologica nonché dei loro famigliari o amici. Alcuni hanno scritto veri e propri libri riguardo all’esperienza di malattia e, spesso, di morte.

Ma scrivere può davvero aiutare a elaborare momenti difficili, come quelli vissuti durante o dopo una grave malattia? Mettere su carta i propri sentimenti, le proprie ansie e paure, i propri ricordi è un sistema che aiuta molte persone a buttar fuori ciò che tengono dentro, magari da tempo, e a esprimersi liberamente. Molte persone, infatti, si sentono molto più sicure e libere nello scrivere piuttosto che nel parlare. Un diario, in qualsiasi forma, è qualcosa di privato e intimo, un luogo sicuro dove la persona può riversare tutto ciò che prova senza temere il giudizio altrui e neanche il proprio.

La scrittura come strumento terapeutico può essere usata per l’elaborazione di numerose situazioni fra cui gli abusi sessuali, il disturbo post traumatico da stress, la gestione di sentimenti negativi riguardo a eventi del passato, la necessità di miglioramento dell’autostima, la necessità di guardare i problemi in prospettiva, l’accettazione di cambiamento del proprio ruolo e del ciclo vitale, i ricordi traumatici, l’elaborazione di un lutto.

Questo spiega, infatti, come io abbia ricevuto tantissime storie di genitori che hanno perso un figlio a causa di un cancro. Le storie hanno dei punti in comune ma sono uniche come stile di scrittura e come è unico ogni individuo; c’è chi ha scritto solo qualche riga, chi ha scritto immaginando il proprio figlio al fianco di Dio, chi ha fatto un resoconto certosino, quasi giornaliero, dell’esperienza della malattia arricchita da tutto ciò che faceva parte della vita del figlio (la scuola, gli amici, i sogni, le paure, eccetera).

Personalmente, dalla mia esperienza con ragazzi e genitori che hanno vissuto o stanno vivendo la realtà del cancro infantile, ho notato che nel caso del lutto scrivere (e magari diffondere) la storia del figlio è per il genitore un modo per tenerlo ancora in vita. Queste storie sono regolarmente pubblicate nella pagina Facebook della mia Associazione, che gestisco personalmente e che conta oltre 7.500 sostenitori da tutta Italia; questi genitori trovano nella condivisione un modo di parlare del proprio figlio e di farlo conoscere agli altri. Del resto, per quanto nell’immaginario comune siamo portati a pensare che un genitore che ha perso un figlio non voglia sentirne parlare e non voglia che qualcuno pronunci il suo nome perché sarebbe troppo doloroso, dalla mia esperienza risulta il contrario ovvero questi genitori pensano comunque ai loro figli diventati angeli, ogni istante di ogni singolo giorno, non è che parlandone le altre persone risvegliano quei ricordi. I ricordi ci sono sempre e comunque. Parlarne, semmai, aiuta a ricordare non solo le difficoltà e le brutture della malattia, e il triste epilogo, ma anche chi era quel bambino o ragazzo.

Allo stesso tempo ho riscontrato che la maggior parte dei ragazzi e dei famigliari che invia le storie lo fa per aiutare gli altri, chi sta vivendo delle situazioni simili. Recentemente ho pubblicato il libro “Ascoltami ora – storie di bambini e ragazzi oncologici” che racchiude 25 storie vere di ragazzi e famiglie colpite dal cancro pediatrico. Il libro è un modo sia per dar loro voce sia per sensibilizzare le persone, specialmente chi ne è estraneo, su questa realtà. Quando ho chiesto chi volesse partecipare, la risposta è stata molto numerosa, così come lo è stata per la nostra mostra fotografica “(IN)VISIBILI” – visionabile gratuitamente sul sito della mia Associazione e allestita in giro per l’Italia – che contiene storie e foto di bambini e ragazzi oncologici.

Queste iniziative permettono alle persone di condividere le proprie storie e di lasciare un segno positivo negli altri; nel caso di storie a lieto fine, in cui il bambino o ragazzo si è lasciato alle spalle il periodo di malattia (seppur spesso con le difficoltà proprie dei sopravvissuti), aiutano chi sta ancora combattendo facendogli capire che davvero c’è una luce alla fine del tunnel. Nel caso di storie che terminano con la morte del bambino o ragazzo spesso si parla di valori importanti ma frequentemente dimenticati o messi in secondo piano nella nostra società: l’amore, l’amicizia, la famiglia, la resilienza, la forza, il sorriso, il coraggio, il dono… si cerca d’insegnare alle persone “comuni” – ovvero a coloro che non hanno mai dovuto affrontare gravi difficoltà – ciò che conta davvero.

Dunque secondo me sì, la scrittura è un metodo terapeutico che può aiutare le persone predisposte a esternare i propri sentimenti e a venire a patti con il passato. Tutti sappiamo che tenere le cose dentro non fa bene, specialmente quando si tratta di emozioni negative o di eventi che ci hanno fatto soffrire. Sebbene la scrittura possa aiutare le persone (si nota che chi scrive di traumi riporta nel testo sempre più parole positive e sempre meno parole negative) e abbia effetti positivi sull’ansia, sul tono dell’umore, nell’elaborazione di eventi disturbanti, nel ridurre le somatizzazioni, nello stress e nell’autosvalutazione a volte non basta ed è necessario intraprendere un percorso psicoterapeutico.

Articolo a cura di Maricla Pannocchia, scrittrice e fondatrice e Presidente dell’Associazione di volontariato Adolescenti e cancro.

www.mariclapannocchia.net

www.adolescentiecancro.org

www.facebook.com/adolescentiecancro

2 Commenti

  1. Salve, sono pienamente d’accordo con lei. Nel mio caso la scrittura mi ha salvato da una brutta psicosi.
    Complimenti.
    Bell’articolo

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