La storia di un pittore che riuscì ad adattarsi a una nuova realtà

Questa storia, tratta dal libro di Oliver Sacks Un antropologo su Marte, mi ha profondamente colpito. Oliver Sacks, compianto neurologo, sapeva tradurre in narrativa i casi clinici che trattava, e dalla lettura emerge sempre una grandissima umanità nei confronti dei pazienti: non mere cartelle cliniche ma persone con emozioni e peculiarità. Questa storia tratta di un percorso di cambiamento affrontato con la scienza ma anche con incredibili doti personali.

Un mondo in toni di grigio

Jonathan I. era un artista e disegnatore pubblicitario molto rinomato. Lavorava con le arti visive da una vita, padroneggiava alla perfezione il mondo dei colori e dipingeva quadri astratti che avevano un discreto successo fra gli appassionati.

Un giorno, a 65 anni, ebbe un incidente automobilistico da cui uscì illeso, se non per una botta alla testa. Dopo il verbale della polizia l’uomo tornò a casa e, a causa di un’amnesia, non seppe spiegare alla moglie cosa fosse accaduto. Il giorno seguente ritrovò il verbale e lo lesse sperando di stimolare la memoria, ma non riusciva più a riconoscere le lettere dell’alfabeto. Erano come geroglifici, senza alcun significato. Per fortuna l’amnesia e l’incapacità di leggere durarono pochi giorni, ma il pittore si sentiva comunque strano: tutto gli appariva nebbioso e scolorito.

Decise di recarsi nel suo studio, dove si sarebbe sentito di nuovo nel suo mondo; ma non appena varcata la soglia lo trovò completamente grigio e smorto. I suoi dipinti colorati e vivaci non avevano più alcun significato. Lo shock fu inaudito. Lui, che sapeva distinguere ogni sfumatura, che conosceva i nomi e la catalogazione Pantone di ogni colore, ora non poteva più non solo vederli, ma neppure immaginarli. Inoltre i bianchi, i grigi e i neri gli parevano innaturali, sporchi, non armoniosi come quando si guarda una vecchia foto o un film in bianco e nero.

Le persone sembravano sculture grigie senza vita, il cibo era diventato repellente (riusciva a mangiare soltanto cibi dal colore nero o bianco, ad esempio olive e yogurt), per vestirsi doveva farsi aiutare e la guida divenne più difficoltosa, poiché non vedeva la luce del semaforo e le ombre dei pedoni gli parevano crepe sull’asfalto. Ma una delle cose che più lo rattristavano era l’incapacità di godere dei colori della primavera.

Una realtà “sbagliata”

Jonathan non riusciva più a guardare la televisione a colori, poiché vedeva un guazzabuglio fastidioso, assurdo. Per questo preferiva i veri schermi in bianco e nero, che irritavano la sua vista molto meno di un apparecchio a colori regolato sul bianco e nero. Non riusciva a spiegare a parole la differenza tra uno schermo in b/n e la sua visione: il primo era tollerabile, la seconda era invece molesta e quasi rivoltante. Non poteva visitare musei e gallerie e preferiva starsene chiuso in casa. Non esistevano termini per definire le sfumature di quel suo nuovo mondo.

Per tentare di sopravvivere, dapprima il signor I. dipinse tutto il suo studio di grigio (perfino la mobilia), poi si rimise al lavoro su un disegno, convinto di saper usare ancora i colori pur senza vederli. Il risultato fu però un disastro: agli spettatori il quadro parve un accozzaglia di colori accostati a caso.

L’alba

Disperato e in preda alla depressione, il pittore si rivolse al famoso neurologo Oliver Sacks (autore del libro Risvegli), che lo visitò insieme a un équipe di altri professionisti, e nel frattempo ebbe una fortunosa esperienza che lo distolse dai pensieri suicidi.

Era l’alba e Jonathan stava viaggiando in autostrada. Quando il sole sorse, lo interpretò come un’enorme esplosione scura: uno spettacolo macabro ma allo stesso tempo unico e affascinante. Il pittore si affrettò quindi a mettere su tela ciò che lui solo poteva vedere, e si accorse che sapeva ancora dipingere: in bianco e nero. Questo lenì la sua depressione e il signor I. si chiuse nel suo studio intere giornate a dipingere inquietanti quadri astratti che, in un primo momento, rappresentavano sfoghi rabbiosi o malinconici. L’arte gli permise di esternare e smussare le emozioni dirompenti che la cecità ai colori gli aveva causato e così, dopo qualche mese, i suoi soggetti divennero più tranquillizzanti, più “vivi”. Inoltre il pittore scoprì che anche la scultura gli arrecava sollievo, in quanto stimolava le altre sue capacità visive relative alla forma e al movimento.

La realtà al di fuori dello studio continuava però ad apparirgli invivibile, ed è in questo contesto che Sacks e i suoi colleghi lo ritrovarono. Dopo vari test clinici, al signor I. fu diagnosticata una acromatopsia: una rara perdita della visione dei colori non dipendente dalla retina, e a volte congenita. Chi ne soffre dalla nascita non ha ovviamente la nostalgia dei colori, e non descrive il mondo smorto e sporco come chi invece ha una patologia acquisita. Forse perché questi ultimi subiscono il cambiamento in modo traumatico, o forse perché sperimentano una conversione intermedia e grezza delle lunghezze d’onda luminose che, nelle persone sane, è surclassata dalla visione colorata definitiva.

Nel caso del signor I. questa perdita era stata causata da una lesione cerebrale in una piccola zona che traduce la visione del colore in un’immagine mentale. Questa lesione poteva essere stata causata dall’incidente oppure da un ictus concomitante. Ora però doveva farsi coraggio e capire come gestire tale situazione irreversibile.

Un paio di occhiali verdi

Uno dei suoi problemi era la discriminazione di elementi dai colori diversi ma scuri: per esempio, quando portava a passeggio il cane in un bosco non riusciva a distinguerlo dalla vegetazione. Il team di ricerca scoprì che il paziente riusciva a definire meglio i contorni delle forme se esse erano colpite da una luce a una certa lunghezza d’onda, quella media. Gli furono suggeriti quindi degli speciali occhiali da sole verdi, appositamente fabbricati per lui, che filtravano la banda di lunghezza d’onda che sembrava percepire meglio: questo lo aiutò a distinguere meglio le forme e i contrasti della vita al di fuori del suo studio.

Si accorse inoltre che all’alba, al tramonto e durante la notte ci vedeva meglio: la luce del giorno, infatti, era dirompente e affogava i contorni degli oggetti. Poi scoprì che la sua acutezza visiva era aumentata a dismisura: poteva leggere scritte lontanissime che nessuno avrebbe colto, nemmeno con dieci decimi di vista. Dopo un anno dall’incidente aveva trovato il suo nuovo mondo tra le sette di sera e le sette del mattino: quello era l’ambiente congeniale alle sue peculiarità, non vi si sentiva estraneo e anzi, poteva considerarsi un privilegiato.

Il signor I. iniziava a compensare le sue mancanze sviluppando altre capacità: l’acuità visiva, la visione notturna, l’apprezzamento di una nuova realtà più pura, quella “sotto” il manto del colore che l’aveva ricoperta per 65 anni. Percepiva le superfici in modo più nitido e gradevole rispetto a quando erano “mascherate” dal colore.

Una proposta inaspettata

Tre anni dopo, un collega di Sacks arrivò con una bellissima notizia: c’era la possibilità di addestrare un’altra area del cervello a percepire parzialmente i colori! Era solo un’ipotesi e il risultato non era garantito, ma si poteva provare. Sacks lo comunicò al pittore e la sua risposta lo sorprese.

Non solo il signor I. non era interessato a intraprendere il percorso, ma nemmeno al presunto risultato di riacquisizione dei cromatismi. Ora che aveva trovato un equilibrio nuovo e per certi versi affascinante, ora che non sapeva più nemmeno cosa fosse il colore, temeva che reintrodurlo nel suo nuovo mondo l’avrebbe destabilizzato. Non gli serviva più ed era perfino potenzialmente pericoloso. I suoi dipinti in scala di grigi erano sempre più apprezzati dal pubblico, che li considerava un rinnovamento artistico.

Questo sfortunato pittore era stato colpito da una rara anomalia in una delle aree fondamentali della sua vita artistica: quella del colore. Per una persona normale perdere la visione cromatica deve essere traumatizzante, figuriamoci per un uomo che ne ha fatto il suo lavoro! Dopo i primi mesi disperati, accompagnati da depressione e propositi suicidi, il pittore aveva aderito a un suo personale adattamento. Si era rassegnato a non possedere più il colore e aveva “divorziato” (cit.) da esso, iniziando a padroneggiare il suo nuovo mondo in scala di grigi. Grazie al piccolo aiuto dell’equipe che l’aveva seguito e alla sua particolare resilienza, l’uomo aveva trovato il suo ambiente ideale: la notte. Non solo, ma da disgrazia quale l’aveva considerata prima, questa anomalia finì quasi per essere un “dono”. Un dono che gli era giunto fra capo e collo e l’aveva destabilizzato, ma allo stesso tempo gli aveva permesso di conoscere una nuova realtà, avulsa alle persone normali, nella quale lui era forse superiore.

Resilienza

Non tutti abbiamo il carattere del signor Jonathan I., ma la sua storia ci insegna che è possibile, con un aiuto, trovare una strada alternativa quando il mondo ci crolla addosso.

All’inevitabile fase della disperazione è seguita quella della rassegnazione, in cui l’artista a imparato ad affrancarsi dal mondo dei colori e a padroneggiare quello in bianco e nero. Dopodiché si è ritagliato un angolino tutto per lui e ha elaborato una strategia per trarre vantaggio dalla situazione: la visione notturna, l’acutezza visiva, un modo nuovo e speciale di percepire il mondo intorno a lui. Questo processo gli ha consentito di vedere il suo incidente quasi come una manna dal cielo.

Ovviamente non è necessario arrivare a tanto, è già un successo guardare le cose da un’altra prospettiva e capire come sfruttarle al meglio: è su questo che la storia di Jonathan I. può farci riflettere.

Un antropologo su Marte, Oliver Sacks, Adelphi, 1995

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