Sembra strano parlare di tartarughe e biodiversità in un periodo come questo, dove altre problematiche attuali (cambiamento climatico, ambiente ecc.) sono passate in secondo piano. Ma perché parlare di biodiversità? “Cos’è e a che cosa ci serve?” si chiedono alcuni. “Non ci sono problemi più importanti?”

La biodiversità è la varietà di specie/popolazioni genetiche all’interno di un areale: un ecosistema caratterizzato da una biodiversità più alta ha un numero maggiore di specie vegetali e animali rispetto ad altri. Non solo, nel primo ecosistema la densità di ogni specie è più equilibrata rispetto a quelli in cui prevale una specie dominante.

Dove la biodiversità è migliore, un evento perturbante scalfisce di meno l’equilibrio dell’ecosistema (si pensi ad esempio alla microflora intestinale: quando una specie batterica prende il sopravvento cominciano i problemi).

Misurando la biodiversità di anno in anno ci accorgiamo che complessivamente sta diminuendo. La portata di questo problema non è immediata né facilmente comprensibile, ma in futuro potrebbe nuocere anche alla specie umana, che dipende dall’ecosistema in cui vive: per esempio stravolgendo la catena alimentare, compromettendo le attività umane (coltivazione, pesca), facendo collassare l’equilibrio di un intero areale mediante la scomparsa di una singola specie (un fungo, un’alga, una pianta ecc.), oppure favorendo epidemie o altri problemi sanitari.

Le tartarughe del Madagascar e delle Mauritius, ad esempio, erano migliaia prima che l’uomo le sterminasse dal Seicento in poi per la loro carne saporita. Più tardi si cercò di porre limite alle quantità prelevabili, ma esso non fu rispettato e le due specie più importanti si estinsero. Questo fu deleterio anche per la foresta, che le tartarughe contribuivano a ripulire e rigenerare (diffondendo i semi ingeriti insieme ai frutti).

Ma qual è la buona notizia?

Spostiamoci nel Pacifico, al largo delle coste ecuadoregne. Il famoso arcipelago delle Galapagos, dove Darwin elaborò i primordi della sua teoria dell’evoluzione, un tempo ospitava una delle biodiversità faunistiche e floricole più ricche.

L’arcipelago è composto da sette isole maggiori più altri isolotti, dall’habitat composito: montagna, spiaggia, foresta, macchia. Gli animali tipici sono tartarughe giganti (galapagos in spagnolo), fringuelli e iguane. Le testuggini sono molto longeve e possono arrivare a pesare anche duecento chili. Una specie di queste, la Chelonoidis hoodensis (che deve il nome all’isola natale, Espanola o Hood), caratterizzata da collo lungo e coriaceo e carapace a sella, contava a metà del XX secolo soltanto 17 esemplari: nel 1960 si decise quindi di prelevarne alcuni e allevarli dapprima in uno zoo californiano, poi all’interno del centro-parco di ricerca di una delle isole maggiori (Santa Cruz), in modo da ripopolare la zona d’origine. Il progetto ha avuto successo, in quanto la specie ora conta duemila esemplari, ed è proprio di questa estate la notizia del rilascio, tra i cactus della sassosa Espanola, di 15 progenitori, tra cui il centenario Diego, che ha messo al mondo ben 800 figli.

Ovviamente la variabilità genetica è ancora abbastanza bassa, poiché si è partiti da un numero esiguo di progenitori. Ci vorrà tempo per rendere il genoma eterogeneo come quello di una specie riprodotta non in cattività; nel frattempo le tartarughe verranno monitorate con localizzatori GPS.

Intanto, sulle montagne vulcaniche inabissate intorno alle isole, vengono scoperte decine di nuove specie viventi: coralli, spugne, stelle marine, crostacei…

Ora torniamo in Italia, dalle nostre tartarughe marine

Caretta caretta è il nome della specie mediterranea, che pur non essendo in serio pericolo d’estinzione come la Chelonoidis, è minacciata dalle attività umane, dai cambiamenti climatici, dall’inquinamento ecc. (nel loro stomaco viene spesso ritrovata della plastica). Per questo negli ultimi anni, grazie al lavoro delle associazioni e delle istituzioni litoranee, la sensibilità nei loro confronti sta aumentando. Le tartarughe depositano centinaia di uova sulle spiagge, e non è raro che il nido venga involontariamente distrutto dai bagnanti, dalle maree, dai parassiti o dalle muffe. Quando però se ne trova uno intatto viene recintato e segnalato, in modo che cittadini e turisti possano conoscerlo e rispettarlo. Non sempre si riesce a proteggerlo dall’inciviltà: per esempio, le uova di Castiglione della Pescaia sono state distrutte da una combriccola di ragazzini, mentre ad Alcamo Marina qualcuno ha usato l’area recintata come latrina.

Tuttavia nella gran parte dei casi le persone mostrano una crescente sensibilizzazione, e i più fortunati possono assistere al meraviglioso spettacolo della schiusa delle uova e della corsa dei cuccioli in mare. Poiché le luci e i rumori delle città disorientano le tartarughine, che oltretutto sono facili prede di altri animali, pochissime riescono a raggiungere il largo e a sopravvivere: se si vuole ristabilire l’equilibrio del bioma bisogna forzare un po’ la natura e aiutarle per lo meno a raggiungere l’acqua incolumi. Le tartarughe marine infatti tengono sotto controllo alcune specie infestanti (meduse, calamari, alghe ecc.) e sono a loro volta utili agli animali marini che si cibano di ciò che cresce sul carapace, oltre a sfamare la fauna e la flora litoranea tramite le uova non schiuse. Il tutto anche beneficio delle nostre attività, soprattutto la pesca e la balneazione (grazie all’epurazione delle alghe infestanti).

Ecco perché, nonostante ci paia poco indispensabile, la protezione delle tartarughe riguarda anche noi.

Nel video, il cammino delle sei uniche tartarughine nate dal nido di Alcamo Marina (da AlcaMondo Blog).

Qui invece la schiusa di un altro nido con le impronte lasciate sulla sabbia dai piccoli.

www.keeptheplanet.org

Articolo Reuters

ZooSparkle

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui