Di recente ho avuto l’occasione di tornare a scuola, non come insegnante né come alunna, ma come esterna, portando un progetto didattico legato alla tecnologia. Tutto è molto cambiato rispetto a quando io mi trovavo tra i banchi, dalla Lim ai ragazzi che oggi crescono aiutati, anche se non credo sia il termine adatto, da strumenti che vent’anni fa iniziavano pian piano a farsi vedere.
Mi ha quindi interessata l’idea di poter parlare con chi ha concluso il percorso di insegnante, non in contatto con le nuove tecnologie, ma si tiene aggiornato sulle vicende odierne, sull’evoluzione e i cambiamenti e si confronta con ex colleghi che ancora lavorano nel settore scolastico.


ST Ciao Maria Teresa, racconti la tua esperienza a scuola? Cosa facevi?
MT Ciao Sofia, ho un diploma magistrale e uno specialistico in Fisiopatologia, ho lavorato nelle scuole elementari come maestra di classe e anche come insegnante di sostegno.
Sentendo le mie ex colleghe e, alla luce di quanto sta accadendo relativamente al Covid, mi rendo conto di quanto sia cambiata la scuola, di come si sia modificato l’approccio col bambino e di come oggi il lavoro di insegnante risulti sempre più difficoltoso.
ST Perché secondo te?
MT Durante il mio percorso di studi e lavorativo maneggiavo continuamente libri di didattica, psicologia e pedagogia, ma tutta questa teoria non bastava. Il lavoro di insegnante necessita di volontà, bisogna rimboccarsi le maniche, armarsi di pazienza e usare in continuazione ingegno e creatività. Ogni bambino è un mondo a sé, bisogna tanto lavorare su ognuno di loro, non solo per capire se ci sono problemi, ma è indispensabile conoscerli a fondo per poterli accompagnare nel miglior modo possibile durante la crescita.

Purtroppo credo che tutto questo oggi si sia perso o comunque, parlando e sentendo opinioni altrui, in pochi la vedono in questo modo, infatti gli obiettivi sono quelli ministeriali, gli insegnanti sono concentrati troppo su quelli, focalizzano la classe nell’insieme e poco si curano del singolo alunno.
Anche il dirigente scolastico ha la tendenza di occuparsi più del lato economico/amministrativo e meno di quello didattico, non sempre fa da mediatore per assicurare a tutti gli studenti un adeguato accompagnamento allo studio.
Mi rendo conto che rispetto ai miei tempi sono cambiate tante cose, dalle leggi, alle dinamiche scolastiche, agli allievi, ai genitori e agli insegnanti, infatti penso che, in alcuni ambiti, un ritorno al passato non sarebbe male!
ST “Un ritorno al passato”, cosa intendi?
MT Pensando agli studenti mi viene in mente più lavoro manuale, più gioco, più associazione di questi due fattori allo studio. Oggigiorno i ragazzi, ormai, hanno tutto, vivono sotto campane di vetro e attirare la loro attenzione è sempre più difficile, quindi perché non sfruttare un buon esperimento, ad esempio, facendo vivere loro in prima persona la preparazione, la raccolta dell’occorrente e l’osservazione?
Quando ero piccola, in tempi post bellici, i soldi mancavano e bisognava arrangiarsi; questo mi dava la possibilità di stimolare la creatività inventando giochi nuovi e alternandoli ai soliti come la Campana, i Quattro cantoni, Tamburelli o Scarica barile. Inoltre tutto questo ci permetteva di fare movimento e di svagarci.

Oggi vedo sempre più bambini e ragazzi oberati di attività extra-scolastiche, che a mala pena vedono i genitori e dialogano con loro. Durante i pranzi e le cene, il momento di ritrovo per eccellenza, è la televisione o il cellulare a fare da padrone, a discapito del racconto su quanto è accaduto durante la giornata. Dov’è finito tutto questo? Inoltre se si pensa che, soprattutto nei primi anni di vita, i bambini crescono imitando i genitori che comunicano con il telefono e lo hanno sempre in mano, che esempio arriverà ai nostri ragazzi? Che idea avranno e come avverranno le relazioni interpersonali?
I soldi e il sostentamento non nego che siano fondamentali, ma non si sta andando troppo oltre? Il denaro lo si usa per una migliore qualità di vita o per apparire all’ultima moda, con la casa a quindici stanze e il macchinone? Ritorno quindi a chiedermi, cosa viene trasmesso e cosa assimilano i ragazzi?
Oggi “accontentarsi di inventare un gioco” senza dispendio di denaro e con semplicità, credo risulti ridicolo; fare movimento giocando coi propri coetanei ormai è impensabile, ai miei tempi tra famiglie tutti si conoscevano e tutti curavano tutti; oggi, invece, vedo i giovani chini, fermi e seduti ore e ore, magari anche in solitaria, su questi aggeggi virtuali.
ST Quindi come vedi la situazione relativamente alla tecnologia e alla didattica online?
MT Sicuramente videogame e console li trovo molto limitativi. Si stancano gli occhi, si sta fermi, concentrati di fronte a uno schermo, non si stimola la fantasia poiché quanto arriva è preconfezionato e già pronto. Il tutto in chissà in che posizioni astruse per il corpo.

Per quanto riguarda la didattica online, invece, penso che possa essere un’opportunità da sfruttare in momenti come questo, ma impossibile da sostituire a una persona fisica. Tutti dagli alunni, ma anche gli insegnanti necessitano del rapporto diretto e non mediato tramite computer. A questo si aggiungono poi tutte le problematiche legate agli strumenti: ho lavorato presso scuole in cittadine dell’entroterra pugliese dove oggi non arriva alcun segnale. I ragazzi che vivono in queste zone mi chiedo come abbiano fatto a seguire i corsi.
ST Visto che sei stata insegnante di sostegno, come vedi la didattica a distanza per chi ha difficoltà?
MT Purtroppo con i ragazzi che hanno disabilità trovo che questo metodo di insegnamento non sia per niente adatto. Facendo anni di sostegno, ho proprio toccato con mano quanto sia necessario il rapporto diretto. Soprattutto in questi casi ho dovuto mettere in moto più che mai l’ingegno, cercando di proporre attività manuali e di gioco.
Mai dimenticarsi che ogni bambino è un mondo a sé quindi era più che mai necessario che cercassi il modo giusto per catturare l’attenzione di chi mi trovavo davanti. Per far imparare l’alfabeto, ad esempio, creavo cartelli da disporre a volte per terra, per chi amava saltare, ma anche sul tavolo, per chi invece trovava imbarazzo nel salto e preferiva indicare le lettere con le mani. Bisogna sempre ricordarsi che un metodo può essere adatto a un bambino, ma non a un altro e quindi trovare il giusto canale per ognuno.
È indispensabile osservare i progressi che gli alunni fanno, anche se sono piccoli e arrivano dopo tanto tempo. Per questo serve tanta pazienza e, torno a dire, non si può pensare che ogni bambino debba raggiungere gli obiettivi ministeriali, ma bisogna essere contenti dei progressi fatti.
Altrettanto importante è cercare che questi ragazzi si esprimano come meglio riescono, facendo emergere qualità e potenziale che troppo spesso non vengono considerati o addirittura del tutto accantonati.
Mi sembra chiaro che quanto ho detto sia impraticabile con la didattica a distanza.

Detto questo evviva la scuola in presenza!

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