Il ruolo odierno dell’assistente sociale

Oggi ci soffermiamo, grazie alla collaborazione offerta dalla nostra amica MP (qui l’intervista), su una figura il cui ruolo è poco conosciuto e spesso bistrattato a causa dell’eco mediatica di alcuni fatti di cronaca.
Ufficialmente la nascita di questa figura è stata sancita in Europa nel 1869 con il Clarity Organization Society, che riuniva le opere sociali religiose e laiche. Le sue radici però si perdono nell’antichità, al tempo dei Romani, i quali iniziarono a normare il sistema delle adozioni infantili. Durante il Medioevo e con l’avvento del cristianesimo, le attività sociali erano spesso coordinate dalla Chiesa, che gestiva l’elenco delle personalità disponibili all’adozione di orfani o a contributi economici a beneficio della classe povera, dai monasteri e dai feudatari che dovevano sostenere i propri “servi”. Il primo orfanotrofio fu fondato nel 787 d.C.
Con la rivoluzione industriale la gestione delle attività sociali iniziò a divenire laica. I primi rudimenti della moderna assistenza sociale organizzata nacquero in Francia in era napoleonica (pensioni, orfanotrofi, aiuti economici pubblici).
Nel 1928, a Parigi, la prima Conferenza internazionale sui servizi sociali diede il via alla formazione delle associazioni e dei corsi di formazione, e pose le basi per una regolamentazione dell’assistenza. In Italia, l’Albo della professione fu istituito nel 1993, mentre nel 1998 i corsi per assistenti sociali entrarono nelle università.


L’assistente sociale è una figura professionale basata su due caratteristiche principali: i valori umani e le conoscenze in materia giuridica e psicologica. Opera in ambiti sia educativi sia di sostegno alle persone in difficoltà (minori, anziani, indigenti, disabili…) pianificando i servizi assistenziali, il collegamento tra bisogni e risorse, la presa in carico delle persone con fragilità, le adozioni minorili. La loro importanza è cruciale per l’apparato sociale odierno, perché crea una rete funzionale tra famiglie, scuola e bambini e per la prevenzione delle problematiche sociali, quali emarginazione, delinquenza precoce, indigenza ecc.
MP in particolare si occupa dell’affidamento dei minori, un servizio essenziale per sostenere le famiglie in situazione d’instabilità, seguendo le direttive del P.I.P.P.I., il Programma d’intervento per la prevenzione dell’istituzionalizzazione, che connette le scuole, i servizi sociali e le associazioni in modo che la comunicazione con le famiglie sia più efficaci. La famiglia quindi diventa elemento attivo dell’intervento, e non ha più la sensazione di “subirlo”.
La pandemia ha purtroppo scombussolato questi delicati equilibri aggiungendo nuove problematiche e rendendo più frustrante il lavoro di MP:

  • gran parte delle criticità sono di ordine tecnologico: non tutti i soggetti fragili possiedono dispositivi funzionali e connessioni stabili, e soprattutto gli stranieri hanno difficoltà nell’utilizzo;
  • la connessione a distanza non ha la stessa efficacia di quella dal vivo: manca privacy, è più difficile trattare alcuni temi personali, è discontinua per via dell’instabilità del collegamento, c’è minore sincronia a livello non verbale;
  • il divieto di uscire di casa ha inasprito le dinamiche disfunzionali all’interno di alcune famiglie, a volte con esiti critici;
  • la quarantena ha reso difficile seguire continuativamente i bambini, la parte più svantaggiata della famiglia, e l’impossibilità di andare a scuola ha esacerbato le loro problematiche fisiche e psicologiche;
  • i figli di genitori separati hanno riscontrato difficoltà nel frequentare entrambi i genitori, soprattutto se fuori regione;
  • la crisi economica e la perdita del lavoro ha messo in ginocchio le famiglie già bisognose; perciò si è reso necessario implementare i servizi per i bisogni primari (molti non riescono nemmeno a fare la spesa);
  • anche gli adolescenti hanno subito pesanti ripercussioni, poiché l’apparato scolastico si è preoccupato soprattutto (comprensibilmente) dei bambini, mentre spesso i più grandi sembrano quasi lasciati a se stessi.

L’unica nota positiva di questa crisi sembra essere l’impegno profuso da molti docenti e altro personale scolastico che hanno rinsaldato il legame sia coi servizi sociali stessi sia con le famiglie, organizzando attività extra e ponendo le basi per una più proficua collaborazione.

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