Il puzzle educativo: come si incastrano tutti gli aspetti della formazione dei ragazzi?

Dopo i tre articoli che abbiamo già pubblicato a tema scuola, educazione, DAD e insegnanti, torniamo a sentire il parere della nostra insegnante C., stavolta in merito alla formazione dei nostri ragazzi.

“Un mio amico mi ha telefonato per sfogarsi. Sua figlia è stata bocciata in prima media e lui è furibondo, minaccia di rivolgersi alla stampa, di fare ricorso, afferma che la scuola sia stata profondamente inadempiente rispetto ai bisogni di apprendimento della ragazzina.

Come lui, sono tanti i genitori che manifestano profonda scontentezza nei confronti di quanto la scuola fa, il sistema ha delle carenze oggettive e sicuramente ci sono degli insegnanti meno efficaci e coinvolti di altri, ma mi preme avviare una riflessione più generale sul funzionamento del sistema di istruzione.

Renato Zero cantava “il triangolo no, non l’avevo considerato”, nel nostro caso è un errore dalle conseguenze significative.

L’istruzione coinvolge i discenti – gli allievi – e i docenti – gli insegnanti, ma non solo: parte del processo coinvolge i genitori (e non può prescindere da loro).

Se la relazione tra discenti e docenti coinvolgesse esclusivamente le conoscenze, basterebbe un rapporto asettico basato su apprendimenti curricolari; invece poniamo attenzione sul fatto che si parla di relazione educativa, pertanto di un percorso che coinvolge sì conoscenze, ma anche sviluppo di competenze, abilità, gestione delle emozioni, crescita emotiva, costruzione di relazioni significative.

Nella relazione educativa rientrano i genitori, perché la costruzione dell’identità di ogni individuo coinvolge in primis le famiglie, poi la scuola con i suoi attori.

Un ragazzo impara dallo stare insieme a chi è con lui in casa, successivamente l’orizzonte si amplia e va a coinvolgere altri gruppi (non solo la scuola).

L’idea che i genitori consegnino i figli agli insegnanti, pretendendo che dall’istituzione scolastica vengano “restituiti” con un bagaglio completamente acquisito di conoscenze e comportamenti (e che quindi loro siano sollevati dalla quasi totalità delle difficoltà dell’educazione) è quantomai irrealistico.

Poteva essere una modalità plausibile nelle famiglie aristocratiche del XIX secolo, al giorno d’oggi no.

Educare è faticoso quasi come scalare il Nanga Parbat, la possibilità di commettere errori è altissima e non ci sono certezze di riuscire a svolgere un percorso decente.

Le grandi scalate si fanno in cordata, ogni membro è interdipendente per cui alla cima si arriva con il contributo di tutti. Lo stesso vale per l’educazione: ogni obiettivo raggiunto a casa va rafforzato in aula, e ogni passo avanti fatto insieme ai compagni e agli insegnanti è importante che venga riconosciuto e convalidato in famiglia.

Il risultato finale è frutto degli sforzi di ognuno: un proverbio africano dice che per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio, e posso assicurare che non c’è affermazione più vera.

Ci sono innanzitutto l’impegno degli studenti, il desiderio di conoscere, la curiosità, magari il talento per qualche specifica disciplina; i genitori ci mettono il supporto ai figli, la disponibilità a creare un ambiente stimolante e ricco in cui possano sviluppare il proprio percorso educativo (e ciò è a prescindere dal fatto che le famiglie siano o meno composte da persone colte o con maggiore accesso a opportunità formative); infine gli insegnanti mostrano nuovi orizzonti, correggono, mettono di fronte a ostacoli in modo che gli allievi possano esercitare la propria capacità a trovare nuove soluzioni.

Come è evidente, se alla fine uno studente riesce a raggiungere i propri obiettivi il merito non è esclusivamente dei genitori, o degli insegnanti, o del ragazzo stesso: ognuno ha svolto una parte del lavoro, consentendo agli altri di poter continuare e offrire al meglio il proprio contributo – e credetemi che è faticoso quanto soddisfacente.

Cosa dirò al mio amico? Che occorre fare un’analisi di quanto è stato fatto durante l’anno, con lucidità e onestà, per individuare  che cosa non ha funzionato e può essere corretto, perché ricordiamoci che insegnanti, genitori e allievi sono innanzitutto esseri umani, che si sbaglia, ma che c’è sempre la possibilità di cambiare quanto non funziona e imparare dai propri errori. Tutti, nessuno escluso: una bocciatura – come un brutto voto – è un’opportunità per rivedere il percorso e migliorare.

È il senso dell’espressione long-life learning: non si finisce mai di imparare, anche da grandi, anche se sei un genitore, anche se sei un professore”.

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