Imparare in mezzo alla natura: la ricerca scientifica e gli esempi in Europa

Quando si parla di “scuola nel bosco” o affini si pensa sempre alla natura come un ambiente bucolico e fatato, ma in realtà ci si riferisce ad un ambiente aperto, ricco di sfaccettature (anche quelle più scomode), al di fuori degli spazi circoscritti e ordinati che i giovani sono soliti frequentare. La “scuola nel bosco” (chiamata anche “outodoor education” o “pedagogia della natura”) non è una fantasticheria idillica ma un progetto razionale ben testato in Nordeuropa e con molti esempi anche in Italia, benché la sua diffusione nel nostro Paese non sia ancora soddisfacente.

Il primo “asilo nel bosco” nacque in Danimarca negli anni Cinquanta: una madre, dopo aver sperimentato coi figli tale metodo educativo nei boschi del circondario, decise di fondare con altri genitori un prototipo di scuola all’aperto. Tutti rilevarono l’effetto positivo dello studio in mezzo alla natura sull’interesse, sulla concentrazione, sull’apprendimento e perfino sulla socializzazione.

In realtà varie correnti di pensiero avevano già posto l’attenzione sull’importanza di un’educazione a contatto con la natura. La stessa Maria Montessori aveva intuito le potenzialità “pedagogiche” dirette della natura, cioè quelle che si hanno vivendola e non soltanto studiandola od osservandola dall’esterno. Già ai suoi tempi (l’inizio del secolo scorso) notava una progressiva chiusura delle famiglie alla natura, probabilmente vista come insidiosa da chi passava le giornate a coltivare i campi all’adiaccio o al solleone.

Negli ultimi decenni si vive e si gioca sempre meno all’aperto. Spesso i bambini sono chiusi in un’aula durante la mattina e in cameretta nel pomeriggio. Molte scuole non hanno nemmeno un campetto dove giocare, né un orto dove fare le prime esperienze in ambito scientifico. Certo, le attività al chiuso hanno mille ragioni e non è necessario eliminarle. Ma bisogna ridare più spazio alla natura, intesa come esplorazione, educazione e presenza di incognite, per toccare con mano le nozioni apprese su uno schermo o su una lavagna.

L’ambiente esterno è sporco, scomodo e a volte comporta piccoli rischi: punture, graffi, lividi… Ma questi (salvo specifici problemi di salute) fanno parte dell’infanzia e il bambino, sotto la supervisione adulta, impara a far fronte ai piccoli ostacoli, a misurarsi con essi e a comprendere se può affrontarli o meno.

Imparare in mezzo alla natura permette anche di percepirne gli odori (a volte spiacevoli, come l’olezzo di un campo appena concimato, ma spesso più gradevoli dell’aria viziata di un’aula chiusa), i rumori, le superfici (la scabrosità di una pietra o di un tronco, la morbidezza del muschio ecc.). Se poi il bambino è indotto a interagire con essa coltivando un piccolo appezzamento, costruendo rifugi rudimentali, progettando percorsi ecc. si sviluppa il lato del “fare”, un utile arricchimento alle sue sessioni di Minecraft che, certo, nessuno gli vieterà. Si tratta in pratica dello sviluppo della manualità e della sensorialità di cui abbiamo parlato finora su questa piattaforma.

Marta Versiglia, autrice del libro Attività Montessori all’aperto, suggerisce anche che il gioco o l’apprendimento in mezzo alla natura possano contribuire a smorzare le tendenze aggressive che circolano fra i giovani, ma anche molte paure che affliggono i figli di genitori iperprotettivi.

Cosa dice la letteratura scientifica?

Una delle ricerche più importanti in questo ambito è quella effettuata nel 2002 dall’università di Heidelberg in Germania. Essa metteva in rilievo i seguenti benefici sui bambini che frequentano un “asilo nel bosco”:

  • maggiore creatività e curiosità
  • maggior concentrazione
  • maggior rispetto delle regole
  • minor aggressività nei conflitti
  • miglioramento dell’espressività verbale.

Una ricerca italiana del 2012 individuava diverse “virtù educative” delle scuole dell’infanzia all’aperto:

  • aumento della propositività da parte dei bambini
  • esperienza diretta, approfondimento, possibilità di toccare con mano ciò che si apprende dai libri o dalla voce della maestra
  • l’interfaccia con la natura permette al bambino di confrontarsi, di “procedere per tentativi ed errori” (cit.)
  • maggiore coscienza del proprio corpo, sviluppo della sensorialità (sovente mandata in secondo piano dal digitale)
  • maggiore motivazione
  • aumento della possibilità di fare movimento, dell’esposizione alla luce solare e quindi in complesso il mantenimento di una buona salute
  • possibilità di rendere le giornate diverse le une dalle altre, con maggior piacere di andare a scuola e alta efficienza nell’apprendimento
  • maggior rispetto dell’ambiente e coscienza ecologica.

Un altro aspetto che le istituzioni dovrebbero considerare è la riduzione dei costi economici di circa il 20%.

Come sono strutturate queste scuole?

Di solito le “scuole nel bosco” si compongono di uno spazio chiuso di ritrovo (per i pasti o eventi climatici avversi), e di un ambiente all’aperto progettato in modo che sia “ragionevolmente sicuro” (nel senso che in un ambiente naturale non è possibile pretendere il rischio zero, ma il più basso possibile) e accessibile alle varie condizioni di fragilità (disabilità, allergie ecc). Questi progetti educativi prevedono anche uscite e passeggiate presso parchi naturali, fiumi, laghi, musei ecc.

Le criticità evidenziate in tali progetti sono la riluttanza sia di molti insegnanti, che già si sentono spremuti oltre il limite soprattutto in questi ultimi due anni, sia dei genitori, che si preoccupano dell’incolumità dei figli e chiedono di essere costantemente informati su ogni dettaglio. Questo può anche condurre molti bambini a percepire il disagio degli adulti e a sperimentare la stessa ritrosia. Un’altra paura è che i bambini abituati al moto e all’aperto poi non riescano più a rimanere seduti a studiare dopo i 6 anni, ma svariate ricerche nordeuropee hanno rilevato proprio il contrario: questi ragazzi sono invece più portati a concentrarsi e a stare tranquilli.

Per quanto riguarda gli insegnanti, molti di quelli che hanno sperimentato questa modalità educativa riferiscono di sentirsi più motivati grazie agli influssi positivi dell’ambiente naturale sull’educazione: in primis il maggior interesse suscitato nei bambini e la loro migliore disciplina.

Alcuni esempi in Europa e in Italia

Forest school (Regno Unito): Si tratta di un percorso educativo prevalentemente all’aperto, a prescindere dalle condizioni meteorologiche (il bambino infatti viene dotato di abbigliamento idoneo), condotto da un Forest School Leader qualificato con 3 anni di formazione specifica. L’ambiente esterno, boschivo, è progettato minimizzando i rischi e adattabile alle esigenze della scolaresca. Esso deve promuovere, oltre allo sviluppo fisico, cognitivo, sociale e sensoriale, anche la creatività, la resilienza nei confronti degli imprevisti (come reagire a un acquazzone, alla puntura di un insetto, a un graffio), l’autonomia e l’autostima. La fiducia tra alunni e docenti è molto importante: per esempio, nelle Forest School è prevista l’accensione di falò, ma non finché non si è certi che TUTTI i bambini abbiano imparato un atteggiamento prudente (sotto la supervisione degli adulti). Il rispetto delle regole è molto importante e viene veicolato attraverso un paio di incontri preliminari. Ogni interazione individuale con la natura (esplorazione, socializzazione ecc.) avviene secondo i ritmi del bambino. Il Leader è un facilitatore che lascia all’alunno il tempo e lo spazio per confrontarsi come vuole con il mondo circostante. È importante una continua condivisione con i genitori in modo che possano apprezzare tale tipo di interazione, smorzando la paura tipica di una società votata al rischio zero.

La didattica comprende non soltanto attività pratiche a livello naturalistico, scientifico e artistico (riconoscimento piante e animali, coltivazione, artigianato, uso dei materiali ecc.) ma anche di cooperazione, di socializzazione e sviluppo dell’intelligenza emotiva.

Bosquescuela (Spagna): Si tratta di un centro appena avviato nel Parco nazionale di Guadarama vicino a Madrid, bilingue, dove una ventina di bambini tra i 3 e i 6 anni trascorrono la maggior parte del tempo all’aperto. La didattica, che rispecchia gli identici obiettivi delle altre scuole per l’infanzia (comprese lettura, scrittura, matematica ecc.), è basata su una forma ludica ed esperienziale che ruota intorno alla curiosità e allo “stupore” offerto dalla natura. Oltre al tempo passato all’aperto, sono previste frequenti gite al comune, alla biblioteca, nei musei e perfino dove lavorano i genitori.

C’è una capanna-ritrovo per la mattina dove si comincia con un “gioco di benvenuto”; poi, mentre i più grandicelli seguono attività di preparazione alla primaria (scrittura, lettura…), i più piccoli fanno attività di moto e di gioco. Dopodiché tutti, ognuno col proprio zainetto, fanno un’escursione nel bosco che può arrivare a un km di distanza; qui si trova un posto adatto per la colazione e si esplorano i dintorni. Alla fine uno degli alunni racconta una storia inventata da lui. Dopo pranzo, e dopo il sonnellino dei più piccoli, sono previste altre attività ludiche o relative al programma.

Asili nel bosco (Roma): In molte aree della capitale le scuole dell’infanzia hanno abbracciato l’educazione all’aperto, rilevando un aumento delle prestazioni nei bambini (problem solving, cooperazione, abilità motorie e linguistiche) e una riduzione delle condotte antisociali. La ricchezza archeologica e paleontologica della zona costituisce una peculiarità di alcuni di questi asili, dove i bambini, nell’ambito del Progetto Artis, possono confrontarsi direttamente con i reperti e costruire riproduzioni.

Un aspetto cardine sperimentato in questi asili è il gioco senza attrezzi o giocattoli predefiniti, che permette al bambino di aumentare la propria creatività sfruttando ciò che trova.

Uno delle scuole più grandi è quella situata nel “Bosco dei conigli” di Anzio, in una realtà periferica con reddito economico e livello d’istruzione medio-basso, dove i bambini hanno poca occasione per fare moto. Il territorio naturale in questione comprende aree boschive e rurali non utilizzate. I bambini vivono una full immersion fatta di attività e giochi in mezzo alla natura e i docenti organizzano approfondimenti basati sulla creatività, sulla socializzazione e su varie problematiche e imprevisti. Sono previste collaborazioni con enti che promuovono laboratori all’aperto (Legambiente, WWF, associazioni sportive, Scout) e moduli su argomenti specifici (il riciclo, il meraviglioso mondo della natura, il rugby, le lingue).

Un altro progetto è inserito nell’Azienda Ovile del CREA, un’azienda sperimentale di quasi 80 ettari inclusa nel Parco della Cellulosa e comprendente serre, vivai e parcelle coltivate. In questo progetto hanno partecipato attivamente i genitori, non solo da un punto di vista finanziario ma anche valutativo. Da un questionario compilato dopo l’esperienza, i genitori rilevavano effettivi benefici soprattutto in alcune aree quali le conoscenze naturalistiche, la creatività e le abilità motorie.

Altri esempi sono le scuole comunali dell’infanzia Legno Verde, Luna sapiente e Vittorio Alfieri, che hanno varato progetti di educazione all’aperto grazie ai laboratori di una fattoria didattica e la presenza di un parco naturale dove intraprendere numerose attività.

Laboratori nei parchi naturali: Laddove non è prevista la presenza di scuole all’aperto, si possono sfruttare i laboratori organizzati dalle fattorie didattiche e dagli enti che gestiscono i parchi naturali.

Un esempio è il Parco delle Groane, che periodicamente organizza attività per famiglie incentrate sulla scoperta della natura e della storia dell’area lombarda occupata da uno dei parchi più grandi d’Italia: escursioni guidate, cacce al tesoro, laboratori su fiabe e racconti, suoni della natura, ecologia, biodiversità, artigianato della natura, mestieri antichi, piante, insetti… (http://www.parcogroane.it/category/eventi/)

Bibliografia:

L’Asilo nel Bosco: la scuola aperta alla comunicazione sul territorio tra arte e comunità

Lascia un commento