La salute davanti a uno schermo: le dipendenze

Per non trattare l’argomento “dipendenza da internet” in modo scontato e allarmistico, è doverosa una premessa.

Ogni persona ha una certa difficoltà (più o meno ampia, a seconda della propria apertura mentale) a raffrontarsi con il “nuovo”: bisogna quindi fare molta attenzione a non bollare come patologico ciò che non conosciamo e cercare di comprenderlo in tutte le sue sfaccettature, prima di emettere un giudizio. Nel caso specifico delle dipendenze da internet, molti genitori sono preoccupati di qualcosa che, in realtà, non si configura come una dipendenza vera e propria ma semplicemente come una modalità di vita tipica della generazione dei “nativi digitali”, che non hanno conosciuto un “prima” non-virtuale. Il problema è che le nuove tecnologie aumentano le differenze generazionali a dismisura, e quindi creano dei vuoti di conoscenza difficili da colmare. Bisogna quindi saper discernere tra una “modalità di vita” e una vera e propria dipendenza, e intervenire solo quando c’è effettiva sofferenza.

Ciò non significa che la problematica della dipendenza da internet sia sopravvalutata. Anche se le nuove tecnologie non sono “la causa”, bensì un nuovo contenitore per le tendenze compulsive, la loro iper-diffusione, l’esposizione a ogni classe sociale e l’immersività estrema che offrono giustificano un approccio sempre consapevole. È questo infatti l’obiettivo di alcuni incontri che People First sta effettuando in questo periodo in un paio di scuole medie (qui uno dei laboratori).

Ma che cos’è una dipendenza?

È uno stato mentale in cui siamo portati a fare qualcosa in modo compulsivo, anche se non tutte le compulsioni sono o diventano dipendenze.

Il meccanismo alla base di tutte le dipendenze è quello che caratterizza il sistema della “ricompensa” normale, cioè il rinforzo, da parte del nostro cervello, di comportamenti che provocano adattamenti positivi all’ambiente e vantaggiosi per noi (per esempio il cibo, il sesso, la socialità ecc.). Questo porta alla motivazione e alla ricerca di stimoli piacevoli, ma in modo poco ponderato: il “centro della ricompensa” non distingue tra gli stimoli benefici e quelli dannosi, e può registrare questi ultimi come benefici andandone continuamente in cerca per ottenere quel tipo di gratificazione, trascurando tutte le altre (nei casi più gravi, si smette perfino di mangiare o dormire). Da qui può insorgere una compulsione o una dipendenza, come l’abuso di sostanze, il gioco d’azzardo, i disturbi dell’alimentazione ecc.

Questo potenziale “deragliamento”, però, non accade in tutti. Ci sono predisposizioni genetiche ma anche ambientali. Si è visto per esempio che, tra i reduci di guerra che al fronte avevano assunto droga regolarmente per far fronte al tracollo psicologico, soltanto il 20% persisteva dopo il rientro. Questo perché spesso dietro la dipendenza c’è un contesto predisponente: può essere un ambiente familiare tossico, una scarsa sicurezza in sé, la depressione, l’emarginazione sociale e altre dinamiche che rendono la vita difficile.

E come si fa a riconoscere la dipendenza da internet?

Secondo lo psichiatra Federico Tonioni, è bene fare un distinguo:

  • la dipendenza negli adulti (cioè i “non nativi”) spesso si configura come un totale ritiro nel virtuale con compulsioni che vanno dal gioco d’azzardo al cybersex;
  • negli adolescenti può essere confusa con un uso più abbondante del virtuale; la dipendenza adolescenziale comunque tende a focalizzarsi sull’aspetto relazionale di internet (gaming e social). In questo caso il problema è che l’interposizione dello schermo influisce negativamente sulle emozioni e sul linguaggio del corpo: anche dietro una telecamera, l’adolescente non si rapporta a un coetaneo come farebbe nella realtà, per esempio provando vergogna o interpretando il linguaggio non-verbale di chi gli sta di fronte. Questo porta a un impoverimento della comunicazione (che rimane soltanto verbale, non fisica) e delle emozioni stesse.

Bisogna sospettare una dipendenza quando si hanno ricadute sulla vita quotidiana e sulle proprie energie (al netto del lavoro o dello studio): trascurare il partner o i figli, mangiare poco e male, non uscire e non dedicarsi più agli hobby precedenti. Si sblocca lo smartphone un centinaio di volte al giorno, si resta connessi più di 10 ore, si perde la presenza in ciò che facciamo. Quando lavoriamo con la tecnologia, scriviamo o gestiamo la posta percepiamo stanchezza; quando invece virtualizziamo le emozioni (gaming, video, musica…) non ci accorgiamo che il tempo passa. Alcune persone trascorrono ore ed ore davanti al PC senza percepirlo, in una sorta di “dissociazione” dalla realtà.

Sempre secondo il dottor Tonioni, infatti, il tempo digitale è più intenso: gli eventi si sovrappongono e le pause sono annullate; questo riduce di molto la nostra capacità di pazientare e ci abitua a una frenesia eccessiva. Anche lo spazio digitale infinito, se da un lato consente il relazionarsi da qualsiasi punto del globo verso il mondo intero, dall’altro inficia la capacità di stare da soli.

Sintomi

  • ritiro sociale: anche mantenendo relazioni virtuali, non si mette il proprio corpo fisicamente in relazione con gli altri. Nei casi più gravi c’è abbandono scolastico o del lavoro;
  • impoverimento affettivo, spesso con idealizzazione delle relazioni online, mentre quelle vere perdono interesse;
  • scatti di rabbia (a volte anche autolesionismo), quando non si riesce a entrare in contatto con l’oggetto della compulsione;
  • impoverimento della vita quotidiana (come già spiegato in precedenza);
  • caduta del tono dell’umore quando disconnessi, con ricerca spasmodica della riconnessione;
  • perdita di concentrazione ed efficienza lavorativa.

Come si interviene

A livello istituzionale e sanitario, spesso la cura si focalizza sulla causa che ha condotto alla dipendenza (depressione, fobia sociale, contesto familiare disfunzionale): la dipendenza infatti non è altro che il tentativo inadeguato di risolvere un problema. Per esempio: chi soffre di ansia e nelle occasioni sociali si sente impacciato e preso di mira, tende a ricercare compulsivamente la protezione dello schermo.

Per quanto riguarda gli adulti, spesso si agisce sul sintomo in sé (gioco d’azzardo, cybersex ecc.) e sulle ore di connessione tramite psicoterapia individuale o di gruppo, eventualmente con supporto farmacologico. Negli adolescenti si tenta di lavorare sull’intelligenza emotiva e su una consapevolezza maggiore delle dinamiche del mondo virtuale.

Quando non si tratta di dipendenza vera e propria ma di una sorta di attrazione compulsiva, è sufficiente allenare la propria consapevolezza e mettere in atto strategie per non farsi risucchiare dal vortice virtuale (per esempio dedicarsi ad attività manuali):

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