Adozione e arteterapia: un’esperienza

In questo video l’arteterapeuta Serena, responsabile dei nostri laboratori di consapevolezza digitale e arteterapia, racconta della sua vita e di com’è nata la vocazione per l’arte come “cura”.

Da bambina sentiva di non avere molte certezze, per questo le ricercava nella lettura (ancor prima di aver imparato a leggere) o nel disegno. L’arte era un lenitivo, soddisfaceva il suo bisogno di creare qualcosa, di “fuggire”. Nell’arte (musica, lettura, pittura ecc., cioè tutto ciò che è al di fuori della comunicazione linguistica standard e dal sistema scolastico) cercava un aiuto per capire la vita.

Quando arrivarono i nuovi genitori, questo approccio all’arte si rinfocolò in positivo, e rinacque la voglia di disegnare, di rifugiarsi in un mondo tutto suo, di creare storie. Questo anche grazie all’amore delle due persone che l’hanno scelta  e che hanno rispettato i tempi di una bambina che aveva già otto anni, e quindi una mentalità pre-costruita. Su questo punto Serena si sofferma per fare un parallelismo: i social rispettano questi tempi?

Dopo aver frequentato il Liceo Artistico, una volta cresciuta e più sicura cominciò a guardare il mondo intorno a sé. Grazie all’esempio dei genitori, che le trasmisero empatia e solidarietà, la sua attenzione si rivolse verso l’esterno, verso gli altri. Ebbe le prime esperienze come arteterapeuta con alcune comunità, creò un’associazione e approdò al Terzo Settore, dove potersi dedicare al sociale. Divenuta assessore, ha continuato a lavorare al suo desiderio più grande: unire l’arte con il sociale. L’arte permette di rimetterci in contatto con emozioni e interiorità, diversamente dalla tecnologia che impone ritmi veloci e un certo tipo di relazioni con gli altri. Ciascuno tramite l’arte trova il proprio modo di comunicare, il proprio posto nel mondo.

Serena riporta l’esempio di un’artista austriaca in un campo di lavoro, dove venivano spediti personaggi difficili da far sparire i quali, dopo il lavoro sfiancante a cui erano sottoposti, improvvisavano sedute artistiche e corsi d’arteterapia con bambini maltrattati e psicologicamente distrutti. Tramite l’atto creativo, i bambini impararono a gestire, conoscere e sopportare dolore.

Serena ha quindi frequentato un corso per arteterapeuti in cui si impara ad applicare l’arteterapia primariamente su se stessi. All’inizio non se la sentiva: bisogna conoscersi bene per intraprendere un simile percorso. Per molti anni ha evitato l’ambito sociale per timore di toccare alcuni tasti dolenti della sua vita; poi ha iniziato a lavorare con ragazzi difficili e a collaborare con le cooperative, ed è diventata assessore per il sociale.

L’arte ha un forte potere evocativo, dice Serena: permette di riprendere i nostri tempi, al contrario dei social che invece vanno troppo veloci e ci costringono a metterci sempre a confronto con gli altri.

Nell’atelier artistico si ricreano le circostanze della vita quotidiana: le relazioni con gli altri, le scelte del materiale e dell’oggetto da creare, il rapportarsi a ciò che suscita la propria creazione. Essa può piacere o meno: nel secondo caso, invece di eliminarla, possiamo chiederci se è possibile trasformarla in altro. Anche questo fa parte del percorso terapeutico. Nell’arteterapia, ribadisce Serena, non esiste “giusto” e “sbagliato”. Non si tratta di laboratori per imparare a dipingere o a scolpire come un vero artista, bensì di lavorare entro il nostro grado di efficacia. Come dicevamo in questo articolo, non è necessario saper disegnare bene per sfruttare questa forma di comunicazione creativa.

L’arte è anche un ottimo metodo liberatorio dallo stress. Se avessimo una tela gigante da “imbrattare” con gesti “alla Pollock”, creeremmo qualcosa che scaturisce dalle nostre emozioni, e il risultato sarebbe certamente più curativo rispetto al prendere a pugni il muro o al nascondersi nel virtuale ritirandosi dalla realtà. Arteterapia significa dare la possibilità di più strumenti, in modo che ciascuno possa scegliere. Durante una sessione artistica di solito i partecipanti dimenticano il cellulare in automatico, e non perché obbligati. Serena conclude il suo intervento citando la frase pronunciata da una delle sue allieve, che disse: “Ora so che c’è un altro modo”.

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