Breve analisi della Sindrome dell’Impostore (da parte di uno che forse ce l’ha)

Hai un lavoro che ti soddisfa (magari non proprio quello che volevi fare da piccolo, ma comunque soddisfacente), la tua situazione familiare è buona, riesci perfino a concederti un hobby, eppure non riesci a goderti tutto ciò?
Provi un certo disagio vedendo persone secondo te più dotate avere avuto meno dalla vita?
Potresti soffrire della Sindrome dell’Impostore.

Teorizzata negli anni ’70 del secolo scorso dalle psicologhe Suzanne Imes e Pauline Clance, questa sindrome porta chi ne soffre a pensare di non meritarsi i successi ottenuti e a temere di venire scoperti.
In sostanza è una forma accentuata di insicurezza che impedisce chi ne soffre di riconoscere i propri meriti.

Inizialmente il fenomeno fu rilevato in un gruppo di donne di successo, salvo poi, dopo numerosi approfondimenti, constatarne una estesa distribuzione anche tra gli uomini.
I soggetti colpiti da questa sindrome sono convinti che i loro successi e i traguardi raggiunti siano dovuti più a fattori esterni(errori di valutazione, estrema facilità della selezione, bassi requisiti richiesti) che ai propri meriti.

Questa sindrome è molto diffusa tra le persone di una certa cultura o abituate a riflessioni di natura autoanalitica.

Molte star, celebrità ed influencer hanno dichiarato almeno una volta di esserne affetti, ma forse il più importante di tutti è Albert Einstein, il quale dichiarò:

“La considerazione esagerata in cui viene tenuto tutto il mio lavoro, mi mette a disagio e talvolta mi fa sentire un imbroglione, anche se involontario.”

La pandemia di Covid ed il ricorso al telelavoro hanno portato ad un incremento dei soggetti affetti da tale sindrome; il lavoro solitario, privato dello scambio sociale e della interattività con i colleghi, ha spinto le persone a porsi sul proprio operato quei dubbi di cui questo mostro si nutre.

Si può superare la Sindrome dell’Impostore?

Certo che si può (niente è veramente insormontabile a parte la morte e pagare le tasse)!
Ecco allora alcuni consigli per affrontare questa situazione.

  1. Guarda in faccia la realtà
    Come abbiamo detto, la Sindrome dell’Impostore si nutre dei nostri dubbi. Se temiamo che il nostro lavoro sia inferiore a quello dei nostri colleghi, confrontiamoli oggettivamente, potremmo scoprire che anche loro commettono i nostri stessi errori o addirittura che lavorano peggio di noi.
  2. Parlane con gli altri
    Di nuovo, la solitudine genera dubbi, quindi cerchiamo occasioni per condividere i nostri pensieri o chiediamo pareri sul nostro operato, preferibilmente a qualcuno che possa risponderci con obiettività, niente genera più dubbi dell’opinione di qualcuno non competente o troppo vicino a noi che potrebbe temere di ferirci.
  3. “Silenzio, Bruno!”
    Ma chi aiuta il proliferare di questi dubbi? Beh, noi stessi, ma dato che abbiamo il bisogno di incolpare qualcosa che sia altro da noi, diciamo che è la nostra vocina interiore che continua a ripetere: “Ma l’avremo fatto bene? Non staremo sbagliando qualcosa? Magari potevamo farlo in meno tempo!” Quando questi dubbi ci assalgono, una volta appurato che sì, lo abbiamo fatto bene, urliamo a noi stessi: “Silenzio, Bruno!” e continuiamo a lavorare, consapevoli di stare procedendo correttamente. Chi è Bruno? Chiedetelo a Luca e Alberto.

Questi sono solo tre consigli, in Rete se ne possono trovare molti altri ma tutti (compresi i tre sopra elencati) si possono riassumere in una frase: “Abbi più fiducia in te stesso!” Impara questa regola e avrai solo vantaggi. Senza esagerare, però, non vorrai cadere nell’effetto Dunning-Kruger!

Lui di sicuro non soffre della sindrome dell’impostore! Foto Twitter.

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