Sei deconcentrato, non riesci a focalizzarti sul lavoro o a scuola? Forse i grandi del digitale ti stanno manipolando…

Qualche giorno fa ho avuto il piacere di effettuare una consulenza ad un mio cliente della zona, un piccolo ufficio da 3 postazioni che aveva la necessità di snellire alcune procedure tecniche interne. Durante la configurazione iniziale, abbiamo parlato della continua distrazione da parte dei lavoratori per causa dei social network. Inizialmente gli impiegati utilizzavano i social sulle postazioni di lavoro, cosa non proprio in linea con le regole aziendali (tranne che per la social media manager, logicamente).

Nel chiedermi una soluzione a questo problema (in parte risolto con una serie di blocchi aziendali alla navigazione), ho espresso al datore di lavoro la mia perplessità in merito all’efficacia solo parziale di questo rimedio: il problema non è solo di natura tecnica/organizzativa, ma principalmente di natura psicologica. I dipendenti dimostrano di avere una necessità che, per quanto sia fuori luogo in quel momento, è talmente forte da inficiare la loro attività lavorativa. Bloccare i loro computer è si utile, ma troverebbero comunque il modo di navigare con i loro dispositivi.

Perché succede questo? E come porne rimedio?

Tu non lo sai, ma le aziende del digitale ci sanno fare

Per chi ha lavorato nella creazione di contenuti online, sa cosa sia la SEO, conosce un minimo i TRENDS, utilizza o ha almeno sentito parlare di PNR, psicologia della comunicazione e via dicendo. Sono tutte tecniche scientificamente riconosciute che permettono, tramite l’analisi di anni di utilizzo di internet e dei suoi contenuti, di capire quali sono i comportamenti che funzionano meglio in termini di creazione di un contenuto.

Mi spiego meglio, utilizzare certe parole piuttosto che altre, permetterà al vostro contenuto di essere più attrattivo rispetto ad altri. Porre delle domande al lettore, aumenterà l’ingaggio che quella persona avrà nei confronti dell’articolo che sta leggendo, per esempio. Usare quella che viene definita Call To Action assicura, alle persone che sono interessate al contenuto o al prodotto visionato online, di essere invogliate ad acquistare.

Ma non solo, Google stessa mette a disposizione dei propri utenti strumenti utilissimi per capire, in questo periodo storico, quali terminologie siano più adatte ad un determinato scopo, basandosi sui famosi BIG DATAS, tanto nominati negli ultimi anni.

Da anni e anni, tutti questi dati vengono raccolti quotidianamente. Sono statistiche utilizzate dagli utenti online, preferenze, tendenze emotive, sociali e/o caratteriali. Alcune delle più grandi aziende online (Amazon per esempio) arrivano ad un livello di profilazione (creazione di un profilo personale basati sui dati di utilizzo e preferenza) tale da conoscere quasi alla perfezione i suoi clienti, e sapergli sempre proporre l’articolo che attirerà la sua attenzione, massimizzando così le possibilità di vendita o acquisto.

Qual’è lo scopo di tutti questi dati?

In generale, lo scopo è migliorare la fruizione dei dispositivi digitali, siano essi i nostri devices, siti internet o social network. Ma perché sono così altruisti e interessati al nostro “benessere” digitale?

Perché molto spesso il loro obiettivo lavorativo è quello di spingerci a fare qualche cosa: venderci un prodotto o un servizio, mostrarci più pubblicità possibile, farci aprire un social e farci scrollare più a lungo ecc. ecc..
Dobbiamo capire, una volta per tutte, che i Big del digitale fanno soldi su queste cose, oserei dire che ci campano! E il fattore fondamentale siamo proprio NOI!

Perché questo non fa bene alla nostra vita?

Semplicemente perché un’azione ripetuta nel tempo diventa un’abitudine, che a sua volta diventa un vizio e da lì ad una vera e propria ossessione. Lo so, sembra che io stia esagerando, ma fatevi un giro su un mezzo pubblico, per un centro affollato o nei centri commerciali, e cominciate a contare quanta gente vedete con il naso immerso nel proprio smartphone.

Il numero sarà alto, ve lo dico subito.

La verità è che la maggior parte di noi si trova tra il vizio e l’ossessione, finendo così a scrollare centinaia di volte il nostro feed, i nostri social, le nostre app di messaggistica. E quando il richiamo diventa frequente, quando la nostra mano si allunga in continuazione verso il telefono, quando guardiamo il display persino mentre stiamo guidando (e non solo l’auto), quando lavoriamo, studiamo, corriamo, giochiamo … allora questo sta sicuramente incidendo sulla nostra vita personale.

Cosa possiamo fare noi ?

Cercare in primis di conoscere il fenomeno, prenderne consapevolezza e riuscire così a fare un’opera di autoanalisi. Quanto davvero sto usando il mio device? Quanto tempo ci passo? Quando? Riesco a starne senza?

Così come nell’esempio iniziale, la mia proposta è proprio quella: diventare consapevoli di come siamo e di cosa possiamo fare davvero per cambiare in meglio questa situazione.

Noi lo facciamo con il nostro percorso di sensibilizzazione “Dal digitale al reale”, all’interno del quale si affronterà un percorso (sia online che offline) di comprensione, di sensibilizzazione, di acquisizione di strumenti per cambiare, di attività concrete per il cambiamento. Questo è il mio invito per tutti voi che state leggendo questo articolo.

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